Guerra come Apocalisse
Se intendessimo la guerra come apocalisse? Se la catastrofe fosse l’impossibilità di scindere il bene dal male e quindi a regnare fossero il caos e la violenza?
Le immagini quotidiane sono brutali, ci facciamo spettatori indignati dell’ingiustizia e scrolliamo alla prossima foto di vacanze al mare e foto in costume. La guerra sì ma “l’ultima novità della skincare che rimuove i pori dilatati no?”, l’ossimoro dei social, una lucida follia.
Se apocalisse possedesse due significati totalmente opposti tra loro quali distruzione e ricostruzione? Se alla fine coincidesse l’inizio, e la vita e la morte si mescolassero nel termine apocalittico ed esso stesso fosse il più controverso degli ossimori?
In Incendies di Villeneuve l’apocalisse è la guerra civile Libanese, dove dalle torture e dagli stupri nasce la vita e analogo è Venuto al mondo di Castellitto durante la guerra dei Balcani. Ma allora la nascita è il riscatto dal tormento o ne è il manifesto?
Nel La donna che canta simbolo sono le due lettere, una indirizzata al padre e una al figlio, la prima piena di disprezzo, la seconda piena di amore, ma padre e figlio coincidono, sono la stessa persona, per cui amore e odio coesistono?
La catastrofe è l’alba del rinascimento? Se inconsciamente la paura è messaggera di desiderio, c’è nella guerra il più forte istinto e desiderio di vita?
La guerra come apocalisse prefigura un’immagine di disumanizzazione, dove la morale è corrotta e libero è il primordiale istinto di uccidere senza discernimento, “L’orrore ha un volto“.



