Arancia meccanica e il ghigno apocalittico della civiltà

Arancia meccanica e il ghigno apocalittico della civiltà

Era il 1971 quando il mondo vide per la prima volta il ghigno insolente di Alex DeLarge: occhi azzurri fissi in camera, bombetta in testa, ciglio calato su uno sguardo che è già una promessa di violenza. È con questo primo piano raggelante che Stanley Kubrick spalanca le porte della sua distopia più celebre, Arancia meccanica, un viaggio allucinato dentro l’estetica del male, in una società dove il libero arbitrio viene sacrificato in nome del controllo.

Arancia meccanica non è un racconto morale, né una denuncia: è un’autopsia dei resti di una civiltà. Kubrick non cerca i colpevoli e non consola le vittime, ma svela il funzionamento brutale di un sistema già guasto. E lo fa con un film che è iconico e apocalittico, simbolico e allucinato, in cui l’individuo non è redento, ma disattivato; e la società non rieduca, ma neutralizza. La civiltà moderna, dietro le sue maschere di progresso, si rivela per ciò che è: una macchina di morte lenta, programmata con precisione.

Il protagonista, Alex DeLarge, incarna il nichilismo adolescenziale nella sua forma più estrema: attratto dalla violenza pura, dall’eleganza sinistra del male e dalla musica di Beethoven, che accompagna i suoi atti più efferati, come una sinfonia della distruzione. Ma la sua trasformazione forzata da parte dello Stato – la “cura Ludovico” – rivela con inquietante chiarezza che il vero orrore non è il caos, ma l’ordine disumano travestito da progresso.

Kubrick pone così una domanda ferocemente scomoda: è preferibile un uomo libero di scegliere il male o un automa incapace di scegliere il bene?

Nella sua estetica perversa e ipnotica, il film lascia che sia lo spettatore a decidere quale sia il vero mostro: il delinquente recidivo o lo Stato che lo priva della sua umanità.

In Arancia meccanica non c’è mai vera contrapposizione tra il male del singolo e il bene collettivo. La dialettica proposta da Kubrick è più radicale: al male individuale si oppone solo un male sistemico, quello delle istituzioni, delle leggi, della scienza piegata al controllo. Non c’è giustizia: solo punizione, manipolazione, annullamento della volontà.

Alex attraversa le rovine morali di una civiltà in putrefazione: prima idolo oscuro dell’ultra-violenza, poi corpo sacrificabile in nome del progresso rieducativo, infine spettro tragico di una libertà distrutta nel nome della legge. La “cura Ludovico” non elimina il suo desiderio di violenza: lo costringe solo a soffrirne le conseguenze fisiche. I pensieri restano intatti, è solo il corpo a rifiutare l’azione. La mente resta feroce, ma incatenata. Alex diventa così un simulacro di bontà, svuotato di ogni possibilità di scelta.

L’apocalisse, in Kubrick, è lenta, silenziosa, già compiuta. In 2001: Odissea nello spazio (1968), l’uomo si evolve grazie a un atto di violenza (l’osso usato come arma) e si ritrova schiacciato dalla macchina che lui stesso ha creato. L’Overlook Hotel, in Shining (1980), è teatro di una lenta discesa nella follia, dove la violenza familiare diventa la manifestazione di forze arcaiche, ataviche, inscritte nei muri della storia. La guerra di Full Metal Jacket (1987) distrugge la coscienza individuale e tramuta i soldati in gusci vuoti, capaci solo di uccidere.

In Arancia meccanica, la violenza non è solo uno strumento, ma è il linguaggio della società tutta, tanto quella criminale quanto quella istituzionale. Lo Stato neutralizza, svuota, addomestica. Il futuro è già passato, e ciò che resta è una società che si illude di essere evoluta mentre annienta ogni forma di coscienza.

Kubrick non racconta la violenza, ma compone la sintassi di un’estetica che scorre attraverso colori, suoni e gesti. Il bianco, che pervade l’universo visivo del film (le uniformi dei drughi, il latte+, le pareti asettiche del Korova Milk Bar) è la somma di tutti i colori: è la sintesi illusoria tra l’oggettività del rosso (il sangue) e la soggettività del blu (gli occhi di Alex). Il bianco è candore apparente, ma la sua neutralità è carica di ambivalenze, così come il latte+, bianco e “nutriente”, è in realtà contaminato da droghe: un simulacro dell’innocenza infantile, strumento perfetto per prepararsi all’esercizio della “amata ultraviolenza”.

L’incipit stesso del film è un manifesto visivo e sonoro: i titoli scorrono su uno sfondo rosso acceso e blu intenso, mentre le note elettroniche di Henry Purcell creano un senso di inquietudine crescente. Rosso e blu si fondono subito dopo nel primo bicchiere di latte che Alex solleva, rivelando che l’equilibrio apparente tra soggetto e oggetto è in realtà precario, violento, drogato. Nulla è puro.

Persino la musica partecipa a questo gioco perverso: Singin’ in the Rain, simbolo hollywoodiano di leggerezza, viene usata come colonna sonora di uno stupro. La sequenza è una vera e propria “cura Ludovico” inflitta allo spettatore: chi guarda è obbligato a domandarsi dove finisce il piacere estetico e dove inizia il disgusto morale.

Arancia meccanica è un’opera bipolare, come l’umanità che racconta. Diviso in due atti, il film ci proietta in due stati mentali opposti. La prima parte è euforica, eccitata, lisergica: Alex è libero, onnipotente, feroce. La seconda è depressa, claustrofobica, anestetizzata: Alex è imprigionato, tradito, schiacciato dalla società. E non c’è spazio per suggerire una terza fase di conciliazione. Questo perché in Kubrick la violenza non è un trauma da superare, ma è struttura dell’esistenza.

La violenza è ciò che spinge l’uomo verso l’alto (come l’ominide di 2001) ma è anche ciò che lo condanna eternamente (come i soldati di Full Metal Jacket). In questo senso, Alex DeLarge è un personaggio emblematico: l’unico “vivo”. La sua energia distruttiva, assoluta e incondizionata, è vitalità pura. È solo quando viene castrato dallo Stato che diventa veramente un oggetto, un’arancia meccanica: biologico fuori, ma programmato dentro.

In Arancia meccanica (1971), Stanley Kubrick non si limita a raccontare una storia di delinquenza giovanile in un futuro distopico: costruisce un’allegoria oscura sul fallimento della civiltà moderna. Un’apocalisse dove la fine del mondo coincide con la perdita del libero arbitrio. La violenza è una presenza onnipervasiva: non un’anomalia da correggere, ma il principio fondante della società.

Quando Alex, alla fine del film, sorride mentre sogna nuove fantasie di violenza, Arancia meccanica tocca il suo vertice più inquietante. Alex ha vinto, il trattamento ha fallito e la società non è più al sicuro? O l’ordine saprà conservarsi neutralizzando le minacce? E a quale prezzo pagheremo alla civiltà moderna per la sua ri-produzione?

Arancia meccanica è un film apocalittico non perché profetizzi una catastrofe, ma perché mostra che la catastrofe è già avvenuta. E noi — spettatori, cittadini, consumatori — siamo dentro la sua replica continua. Come il ghigno di Alex che ci guarda da dietro lo schermo, sospeso tra compiacimento e orrore.

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