Maternità e class welfare: quando essere madri è un privilegio
Il materno come questione di classe nei corpi del cinema
La maternità è spesso raccontata come esperienza universale. I discorsi pubblici insistono sull’idea che la maternità sia una scelta individuale, che sia accolta per il rassicurante senso di abnegazione o rifiutata per l’egoismo che nascondiamo. Ma il materno è un luogo attraversato da rapporti di potere: l’essere madri non è un destino naturale, bensì un privilegio socialmente e materialmente condizionato. La maternità è un’esperienza politica e collettiva.
Nei corpi delle madri si depositano le fratture del mondo: le diseguaglianze economiche, le migrazioni, la precarietà del lavoro, le forme di sfruttamento domestico e affettivo.
Il cinema si propone come sguardo contro-egemonico. Qui la maternità può sentirsi libera di mostrarsi un campo di tensione. Il cinema fa emergere ciò che le retoriche familiste e moralizzanti provano a cancellare: la maternità è un nodo politico centrale, perché riguarda la riproduzione della vita e della società.
Attraverso l’attenzione ai dettagli materiali – case troppo piccole, attraversamenti di confine, corpi esausti, madri sole in un sistema che delega tutto alla responsabilità individuale – questi film producono uno scarto critico, rendendo visibile che la maternità stessa diventa un privilegio di classe.
In Mamma Roma (1962), Pasolini scolpisce il ritratto forse più potente della maternità proletaria del Novecento: Anna Magnani è un corpo che avanza, che parla troppo, che ride troppo, che tenta disperatamente di elevarsi.
Le sue camminate notturne, riprese frontalmente, restituiscono un corpo esuberante e vulnerabile, un materno che non ha nulla della compostezza borghese. Lo spazio in cui si muove è già una dichiarazione di classe: le periferie romane e le case spoglie sono il luogo in cui la maternità è lotta quotidiana, è tentativo di proteggere un figlio dalla miseria e dal destino sociale.
La tragedia che colpisce Ettore non è solo personale: è la conferma che il sogno di Mamma Roma di diventare “rispettabile” è impossibile. Il suo corpo, il suo modo di amare, il suo desiderio di riscatto sono schiacciati da condizioni materiali immutabili. La maternità povera, ci dice Pasolini, è una battaglia contro la storia.
Sessant’anni dopo, Pieces of a Woman (2020) di Kornél Mundruczó, racconta un’altra maternità, distante anni luce da quella pasoliniana. Il celebre piano-sequenza iniziale — un parto in casa di ventiquattro minuti — si svolge in un appartamento spazioso e luminoso della borghesia americana.
Qui il corpo materno non è ferito dalla povertà, ma dal trauma. Il dolore non esplode nella strada, ma nella psiche; non è pubblico, ma interiore. La macchina da presa accarezza il volto della protagonista, registra le lacrime, il silenzio, la distanza che cresce tra i personaggi.
Il confronto con Mamma Roma è estremo: se lì il materno si consuma nel rumore del mondo, qui si frantuma nel silenzio del salotto.
Il corpo borghese ha spazio, tempo, protezioni — ma ciò non impedisce la tragedia. Il film suggerisce però un dato cruciale: il privilegio non elimina il dolore, ma ne cambia la forma e soprattutto le possibilità di elaborarlo.
In Roma (2018), Alfonso Cuarón fonde in un’unica immagine due maternità radicalmente diverse: quella borghese di Sofia e quella subalterna di Cleo, giovane domestica indigena.
La maternità, qui, non è solo relazione affettiva: è lavoro, è gerarchia, è asimmetria strutturale.
Cleo accudisce i figli degli altri mentre perde il suo bambino in un ospedale che la tratta con freddezza e distanza. La macchina da presa la ritrae spesso di spalle, in figura intera, come parte del paesaggio domestico: un corpo di cura che, pur centrale, è sempre marginale.
Gli spazi parlano: la casa borghese, con la sua complessità architettonica, è un luogo di privilegio emotivo; mentre la camera della domestica è un quadrato spoglio dove non c’è posto per la maternità.
Cuarón non contrappone le due madri sul piano morale, ma su quello materiale: chi ha soldi può permettersi il caos emotivo; chi non ne ha, spesso non può permettersi nemmeno l’amore.
Nel cinema sudcoreano contemporaneo, due film di Bong Joon-ho — Mother (2009) e Parasite (2019) — mostrano con lucidità come la maternità diventi una forma di sopravvivenza o di esclusione, a seconda della classe di appartenenza.
In Mother la protagonista è una madre della working class che, pur di proteggere il figlio fragile e accusato di omicidio, attraversa zone moralmente oscure. Il suo corpo è filmato come corpo dell’ossessione: minuto, incurvato, ma animato da una forza disperata.
La maternità, qui, è una forma di resistenza patologica: un’energia che si deforma quando non riceve sostegno sociale. Bong Joon-ho mostra che quando il welfare fallisce, l’amore materno può trasformarsi in difesa violenta.
In Parasite, opera che ha ridefinito il discorso globale sulle disuguaglianze, la maternità compare in due incarnazioni opposte. Da un lato, Yeon-kyo, madre ricca, fragile e ingenua e dall’altro Chung-sook, madre povera, pragmatica, ironica, abituata alla fatica.
Yeon-kyo è un corpo protetto dagli interni raffinati della casa dei Park. Chung-sook è un corpo resistente, cresciuto in un seminterrato umido e sovraffollato.
La madre ricca può permettersi la leggerezza, la disattenzione, perfino la paura. La madre povera è invece costretta alla lucidità e all’azione: il suo corpo deve adattarsi, ingegnarsi, sopravvivere.
In Parasite, essere madri significa abitare due geografie opposte: l’alto della collina, dove la luce filtra pulita, e il basso della città, dove l’acqua piovana porta fango e rovina.
Dai marciapiedi di Pasolini ai salotti di Mundruczó, dalle scale di Cuarón agli scantinati di Bong, una verità emerge con forza: la maternità non è uguale per tutte.
Il cinema mostra che il corpo materno non è un corpo naturale, ma un corpo sociale: che si piega alla povertà, si estenua nel lavoro di cura, si frantuma nel trauma borghese, oppure si nasconde nella servitù.
Essere madri è un privilegio quando si hanno spazio, tempo, sostegni e riconoscimento. Nei corpi e nelle immagini del cinema, questo privilegio appare per ciò che è: un confine di classe.



