A Forlì non c’è mai un cazzo da fare

A Forlì non c’è mai un cazzo da fare

A Forlì non c’è mai un cazzo da fare.
Per anni io, amici, amiche, conoscenti e parenti abbiamo pronunciato questa frase. Ed è ancora molto attuale, ma non è necessariamente vera. Non lo è per due motivazioni: una che possiamo definire geografica e una temporale.

Disclaimer per la cittadinanza: non sto parlando di eventi di una singola giornata e sto parlando di eventi che invece appartengono alla sfera della cultura per come viene intesa dalla società.

Parto da quella temporale: maggio, settembre e ottobre sono i mesi in cui è concentrata la maggior parte di rassegne, festival ed eventi culturali.
Diciamo che maggio ha perso il suo appeal negli ultimi due anni e tutto si sta concentrando a settembre e ottobre, mesi che diventano affollati di eventi dal giovedì alla domenica. 

E già da qui la motivazione temporale si incastra con quella geografica. Il primo evento della “stagione” culturale forlivese è stata una breve rassegna svolta a Forlimpopoli: Meet the Ducks!, lo spin-off per bambinз tenutosi all’Azienda Agricola Stradella 241. Due giornate che hanno visto bambini e bambine, tra le altre cose, scattare fotografie con le Polaroid diventando fotoreporter per qualche ora oppure guardare dei cortometraggi seduti in un piccolo (nel senso di altezza) cinema all’aperto. 

La motivazione geografica è proprio legata al fatto che Forlì non è solo la città, Forlì è attorno, nelle vicinanze (e anche non sempre vicinanze), Forlì è il territorio circostante Forlì. E quindi se vogliamo guardare agli eventi culturali del territorio dovremmo guardare oltre le mura della città. 

Tornando però dentro il zitadôn, sempre a Settembre, è iniziato Ciclo Continuo il nuovo festival del Collettivo Monnalisa che dal 2021 porta in città una boccata d’aria nuova e che con questo festival lungo tutto il mese di settembre ci ha trascinato dentro la tematica della salute riproduttiva delle donne e delle persone con utero. «Quella della salute riproduttiva è una storia in cui le esperienze singole e i desideri più intimi fanno parte della stessa tela della politica, della religione, delle aspettative sociali e di credi antichi: a volte è tutto così legato insieme a doppio filo, che è difficile districarsi, guardarsi dentro, capirsi e infine accogliersi». Riportare al centro della politica e della società questa tematica significa, infatti, riportare al centro l’essere umano, partire da esso per trovare nuove possibilità e spingersi verso nuovi orizzonti. 

Il lungo settembre, poi, ha avuto nell’arte contemporanea, nel teatro e nella danza la sua consacrazione con Ipercorpo arrivato ormai alla XXI Festival Internazionale delle Arti dal Vivo e organizzato da Città di Ebla (per essere una città in cui non c’è niente da fare, la ventunesima edizione di un festival è abbastanza paradossale), in EXATR. Ipercorpo esplora le arti performative contemporanee con uno sguardo internazionale e un approccio profondamente sperimentale. Non solo, più che un evento, è una piattaforma di pensiero che ogni anno contribuisce a riposizionare Forlì nella geografia nazionale delle arti contemporanee.

Settembre, però, è anche il mese di altri due festival: il consueto appuntamento cittadino del Festival del Buon Vivere che porta in città voci da tutto il territorio italiano e anche voci internazionali e che veste i Musei San Domenico per dieci giorni intensi e ricchi di eventi organizzati anche grazie alle collaborazioni con le associazioni cittadine; l’altro festival è Ibrida, International Intermedia Arts Festival, negli spazi de La Fabbrica delle Candele, uno dei festival più innovativi del panorama culturale forlivese e uno dei pochi in Italia dedicati in modo specifico alle arti intermediali: videoarte, performance audiovisiva, installazioni digitali, sperimentazioni sonore, ricerca sul corpo e sulle nuove tecnologie dell’immagine.

Quando settembre finisce, cantavano i Green Day, inizia ottobre, aggiungo io. E ottobre è altrettanto colmo di eventi, festival e rassegne.
Nelle prime due settimane va in scena Sedicicorto – Forlì International Film Festival al Cinema San Luigi, il festival di cortometraggi che è arrivato alla XXII edizione (anche qui vale lo stesso discorso fatto per Ipercorpo). Negli anni, il festival, ha costruito un’identità solida, diventando un punto di riferimento nazionale per chi lavora o sogna di lavorare nel formato breve. La dimensione internazionale – con film provenienti da tutto il mondo – si interseca con un radicamento territoriale autentico, che coinvolge scuole, associazioni, volontari e pubblico giovane.

Quella dimensione geografica, poi, ritorna nuovamente con Inno al perdersi, il festival itinerante e, appunto, «diffusamente in Romagna» che a ottobre ha percorso gli ultimi passi della stagione a Predappio, alle Gallerie Caproni e al Teatro Comunale, e in quella che è la struttura abbandonata più iconica di Forlì, l’Ex Zuccherificio Eridania. Proprio nel nome del festival sta il concetto alla base di questo articolo e dell’idea del “a Forlì non c’è mai un cazzo da fare” perché come dice Spazi Indecisi «se perdere fosse un modo per cambiare prospettiva, per lasciarsi sorprendere, per arrivare dove non pensavamo di voler andare?». E allora continuiamo a perderci nel territorio forlivese.

Le due settimane centrali sono dedicate a due festival – o forse è meglio chiamarle feste? – che mi coinvolgono particolarmente: Operaie Fest, nato dalle sottili menti di Tiresia Media, è rassegna culturale e politica che nasce per restituire visibilità a storie, comunità e battaglie spesso marginalizzate. Si svolge in Piazzetta delle Operaie, uno spazio che già nel nome porta con sé memoria, lavoro, identità collettiva. Il festival intreccia talk, performance, arte, cinema, musica e momenti partecipativi, proponendo ogni anno un tema che indaga un nodo sociale urgente.
È l’occasione per costruire immaginari condivisi attorno a diritti negati, lotte quotidiane, resistenze individuali e collettive. 

La seconda rassegna è, poi, Meet the Docs! Forlì Film Fest. Per quanto BILLY – rivista di cinema e altre perversioni sia totalmente immerso all’interno del progetto e, tra le altre cose, cura anche il numero speciale per i giorni del festival, non si può non parlarne. È l’appuntamento più emozionante – mio personale parere – che genera comunità intorno alle storie reali – storie spesso inattese, scomode, necessarie. I documentari, come ci ricorda il nostro direttore Matteo Lolletti, possono salvare il mondo e fulcro di questo nuovo modo di concepire il cinema del reale è ancora una volta EXATR.
Meet the Docs! è per chi ama il cinema come strumento politico e poetico, per chi crede nella discussione come dispositivo (sempre per citare il direttore) per scardinare narrazioni dominanti e vecchie concezioni ormai obsolete. 

Ultimo, ma non per importanza, a chiudere questo ottobre intenso è poi 900Fest: festival dedicato alla storia del Novecento e al suo impatto sul presente. È una rassegna unica nel panorama cittadino, perché mescola strumenti accademici e approccio divulgativo, alternando conferenze, lezioni, dialoghi, spettacoli e proiezioni.
Democrazia, totalitarismi, diritti, memoria pubblica, lavoro, migrazioni. Ogni edizione coinvolge storici, giornalisti, intellettuali, attivisti e studiosi, trasformando la città in un luogo di ragionamento collettivo. Il novecento qui non è “soltanto” un secolo, ma fulcro del ragionamento per riportare complessità nel discorso pubblico. 

Non me ne vogliano gli organizzatori e le organizzatrici di altri eventi culturali se non ho parlato di tutti e dico tutti gli eventi, ma per questioni di spazio ho inserito “solo” questi. 

Quando ottobre finisce, non cantavano i Green Day, chi ruota attorno EXATR e Piazzetta delle Operaie prende una boccata d’aria, inizia finalmente a respirare. La fine di ottobre è come quell’ultimo giorno di scuola in cui ci si tirava i gavettoni – del resto il caldo di ottobre è lo stesso di giugno.

Forse, allora, il problema non è che “a Forlì non c’è mai un cazzo da fare”, ma che continuiamo a guardare solo un punto sulla mappa e solo un segmento dell’anno.
Perché quando allarghiamo lo sguardo – nello spazio e nel tempo – la città cambia forma: non è più il zitadôn che si svuota e si lamenta, ma un territorio che pulsa, che genera immaginari, che si muove a ondate.
C’è una stagione, breve e densissima, in cui tutto accade, in cui ci si accavalla, ci si incontra, ci si sovrappone e ci si sfinisce. E ce ne sono altre, più silenziose, in cui le energie tornano sottoterra, come radici che preparano il raccolto successivo.

Forse non è una debolezza, ma un ciclo vitale: un ecosistema culturale che vive di concentrazioni e di vuoti, di territorio e di città, di settembre che esplode e di novembre che congela.
Sta a noi capire come abitarlo. Magari smettendo di dirci che non c’è niente, e iniziando a chiederci cosa possiamo costruire tra un pieno e l’altro.

(Oh, poi non è vero che a novembre non c’è niente perché il 3 dicembre alle 19:00 c’è TraumFabrik al Diagonal Loft Club con la proiezione di The Pornographer il secondo cortometraggio generato con l’intelligenza artificiale da Hariel e presentato in concorso alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia – ma ne parleremo in un altro articolo).

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