Dialoghi su The White Lotus
Regia 4
Soggetto e sceneggiatura 4
Fotografia 4
Cast 4
Colonna sonora 5

Qualche settimana fa, più o meno alla stessa ora in cui viene pubblicato questo articolo, bevevo una birra in una birreria qui a Forlì. Oltre a bere la mia zeroquaranta IPA, mi ero messo a scrivere questo articolo sulla serie The White Lotus, o meglio, un altro articolo che non vedrà mai la luce perché ..

Summary 4.2 favoloso

Dialoghi su The White Lotus

Qualche settimana fa, più o meno alla stessa ora in cui viene pubblicato questo articolo, bevevo una birra in una birreria qui a Forlì. Oltre a bere la mia zeroquaranta IPA, mi ero messo a scrivere questo articolo sulla serie The White Lotus, o meglio, un altro articolo che non vedrà mai la luce perché è stato rimpiazzato proprio da queste righe. 

Immerso nei pensieri sento una voce lontana che mi dice: «non credi che parlare della menzogna in The White Lotus sia, oltre che banale, un modo per raccontare l’essere umano?». 

Prima di tutto: «che cazzo spii il computer di un’altra persona che non conosci?!», gli ho detto. Ero comunque interessato al suo discorso. Era un uomo adulto, occhialetti tondi leggeri, baffi grossi che coprivano le labbra (un segno per nascondere le sue parole, ho pensato subito). 

Ci mettemmo a parlare per ore e quello che leggete di seguito è la nostra conversazione.

Iª birra

UOMO: «Allora, che mi dici? Non credi sia così?»

IO: «È sicuramente banale scrivere della menzogna per raccontare The White Lotus, tuttavia la serie parla di questo dalle prime battute. E lo fa su più livelli: il primo è quello dello spettatore che viene ingannato per tutta la prima stagione, banale come stratagemma, ma è comunque un livello».

UOMO: «E ok, poi?»

IO: «Poi c’è il livello dell’inganno della società, il mondo delle apparenze e la società dello spettacolo, per citare un grande».

UOMO: «Va bene, siamo ancora sul banale. A un livello più intimo invece? L’essere umano nasce dalla menzogna, dalla finzione – non a caso infatti stiamo parlando di un prodotto di finzione con il quale però come dice Marco Bacchi nell’editoriale “ci rapportiamo con quella dimensione di noi che, pur distinguendo l’aspetto onirico o immaginario, ne avverte un contenuto tangibile”».

IO: «Ok, sì, vai avanti!»

UOMO: «Nell’uomo quest’arte della finzione raggiunge il suo culmine: qui l’illudere, l’adulare, il mentire e l’ingannare, il parlar male di qualcuno in sua assenza, il rappresentare, il vivere in uno splendore preso a prestito, il mascherarsi, le convenzioni che nascondono, il far la commedia dinanzi agli altri e a se stessi, in breve il continuo svolazzare attorno alla fiamma della vanità costituisce a tal punto la regola e la legge, che nulla, si può dire, è più incomprensibile del fatto che fra gli uomini possa sorgere un impulso onesto e puro verso la verità».

IO: «Che, in un certo senso, è ciò di cui parla The White Lotus».

A questo punto, avevo bisogno di un’altra birra.

IIª birra

IO: «Ad esempio, prendi Rachel, la giornalista in luna di miele con il marito Shane. Lei vive una realtà puramente finta. Quanto è disposta ad accettare, e soprattutto a subire, per continuare a vivere una vita del genere fatta di agi e benessere? E fin dove si può spingere il marito per renderla una “cosa” propria? All’inizio della serie assistiamo, quindi, a una sorta di trattato di pace che lei stipula con se stessa e con lui per “non dare problemi”, ma contemporaneamente si insinuano i dubbi sulla sua crescita professionale, ma soprattutto personale».

UOMO: «Sì, e questo trattato di pace porta in sé qualcosa che si presenta come il primo passo per raggiungere quell’enigmatico impulso alla verità».

IO: «Esatto».

UOMO: «Il mentitore adopera le designazioni valide, le parole, per fare apparire come reale ciò che non è reale. Quando egli fa questo in modo egoistico, che può d’altronde recare danno, la società non si fiderà più di lui e così lo escluderà da sé».

IO: «E infatti, lui va via da solo, abbandonato da quella piccola società che è la famiglia».

UOMO: «Torno un attimo sul discorso dell’inganno. Nel far ciò gli uomini cercano di evitare, non tanto l’essere ingannati, quanto l’essere danneggiati dall’inganno: anche su questo piano essi in fondo non odiano l’inganno, bensì le conseguenze brutte e ostili di certe specie di inganni. In tale senso limitato, l’uomo vuole soltanto la verità: egli desidera le conseguenze piacevoli – che preservano la vita – della verità, è indifferente di fronte alla conoscenza pura, priva di conseguenze, mentre è disposto addirittura ostilmente verso le verità forse dannose e distruttive».

A questo punto, tutto stava prendendo una piega surreale, ma intrigante. Prendo la terza birra e ne ordino una anche per lui. Lui vuole una Pils. Pessima scelta.

IIIª birra

IO: «Prendiamo Tanya, ad esempio. Una donna che ha da poco perso la madre, una madre ingombrante, che la odiava. Tanya vuole distaccarsi dal ricordo, ha bisogno di cancellarlo o, al contrario, concretizzarlo attraverso un rito, per poter riuscire a vivere la sua vita. Ma che vita è la sua? È una vita contrapposta a quella dei dipendenti dell’hotel che in lei vedono una persona da sfruttare, in quanto simbolo della potenza colonizzatrice (proprio come lo sono gli e le ospiti del White Lotus). Tant’è che in lei si incarna la metafora predatoria della vita. Ma noi sappiamo che non è solo questo. Dove sta allora la verità? Chi ha ragione?»

UOMO: «Forse non dobbiamo chiederci dove sia la verità, ma cos’è dunque la verità? 
Un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve una somma di relazioni umane che sono state potenziate poeticamente e retoricamente, che sono state trasferite e abbellite, e che dopo un lungo uso sembrano a un popolo solide, canoniche e vincolanti: le verità sono illusioni di cui si è dimenticata la natura illusoria, sono metafore che si sono logorate e hanno perduto ogni forza sensibile, sono monete la cui immagine si è consumata e che vengono prese in considerazione soltanto come metallo, non più come monete».

Ok, forse non dovevo prendere la terza birra.

IO: «E Armond, il direttore dell’hotel? Una figura con cui empatizzare, perché noi siamo così: lavoriamo per altri, dobbiamo sorridere e accontentare altre persone, rispondere alle loro critiche, ma sempre in maniera composta per non alterare quei piccoli equilibri che esistono e che non si vedono. E poi però, a un certo punto, abbiamo bisogno di sovvertire le regole, di distruggerle perché quello che conta di più è essere noi stessi quando vogliamo esserlo».

UOMO: «Sì, e solo quando l’uomo dimentica quel primitivo mondo di metafore, solo quando la massa originaria di immagini – che sgorgano con ardente fluidità dalla primordiale facoltà della fantasia umana – si indurisce e irrigidisce, solo quando si crede, con una fede invincibile, che questo sole, questa finestra, questo tavolo siano verità in sé: in breve, solo quando l’uomo dimentica se stesso in quanto soggetto, e precisamente in quanto soggetto artisticamente creativo, solo allora egli può vivere con una certa calma, sicurezza e coerenza».

IO: «Calma, sicurezza e coerenza… Hai ragione».

UOMO: «Si è fatta una certa, io devo andare. Ma non ci siamo neanche presentati, presi com’eravamo dalla discussione». 

IO: «É vero, piacere Marco».

UOMO: «Piacere, Friedrich».

Rimango esterrefatto, a bocca aperta, la vista si è annebbiata dallo stupore. Da lontano sento un’altra voce.
«Marco, Marco, sveglia, ti sei addormentato sul tavolo. Quante birre hai bevuto?» 

I dialoghi sono tratti da Su verità e menzogna in senso extramorale di Friedrich Nietzsche

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