EXHIBITION

La Nexo Digital fa le cose in grande: dopo aver permesso al grande pubblico di “visitare” in contemporanea in numerose sale cinematografiche del mondo la mostra Leonardo da Vinci: Painter at the Court of Milan, tenutasi alla National Gallery di Londra nel 2012, la casa di produzione specializzata in distribuzione di contenuti ad alta definizione ha lanciato il progetto EXHIBITION – La grande arte al cinema. Giovedì 11 aprile è stato infatti proiettato Manet: ritratti di vita, trasposizione cinematografica della mostra Manet: Portraying Life che è in via di conclusione presso la Royal Academy of Arts londinese. Giovedì 27 giugno avremo invece occasione di avvicinare Edvard Munch (Munch 150) e giovedì 10 ottobre sarà la volta di Jan Vermeer (Vermeer e la musica). È ormai assodato il legame inscindibile del cinema con le arti visive che nel passato hanno costituito il principale mezzo espressivo della società: se infatti la lanterna magica, progettata nel XVI secolo, ha costituito una sorta di antenato del mezzo cinematografico, è anche vero che un determinato tipo di pittura, in particolare dal Settecento in poi, ha a sua volta precorso i tempi, restituendo un nuovo modello di visione e, conseguentemente, di cultura e di società. Il cinema, nato non casualmente in un’epoca caratterizzata da rapidissimi mutamenti, dall’iperstimolazione dei sensi e dalle più variegate offerte culturali, ha assunto a sua volta il ruolo di “arte totale”, o, per dirla con le parole di una fonte autorevole, «odierna arte guida»[1]. E se Peter Greenaway, da sempre pittore prestato al cinema, ha dichiarato proprio alcune settimane fa di volere distaccarsi dall’ormai obsoleto legame narrativo fra cinema e letteratura per tendere invece alla forma pittorica come sorta di faro guida (cosa che è stata definita da certa stampa una provocazione, quando è semplicemente il naturale approdo di un autore come Greenaway), si rende sempre più necessario riflettere sulla fertilità e sull’attualità di tale inclinazione. Ora, è notevole non soltanto il fatto che il cinema si avvicini (o meglio, continui appunto ad avvicinarsi) alle arti che lo hanno preceduto per diffusione e potenza delle istanze estetiche, quanto l’altissima partecipazione di pubblico pagante. Certamente contribuisce al successo la formula organizzativa, che provoca nello spettatore la consapevolezza che potrà godere della visione in un’unica, esclusiva occasione: strategia che funziona anche con film-evento di natura assai differente, che sia The Blues Brothers o un concerto di Luciano Ligabue. Eppure, l’effetto ottenuto difficilmente risulta ascrivibile alla sola scelta distributiva, per quanto estremamente intelligente (è gratificante partecipare a un evento nel senso più ampio e generoso del termine): certamente si offre la preziosa possibilità di condurre letteralmente la mostra ad un pubblico che non avrebbe altro modo di visitarla, ma soprattutto si propone la più perfetta testimonianza della connessione fra l’occhio cinematografico e l’espressione pittorica. Al contempo, con una rapida occhiata ai commenti di alcuni spettatori sulla pagina Facebook della Nexo Digital, si percepiscono in eguale misura sincero entusiasmo e il serpeggiare di una certa delusione, causata dalla presunta “banalità” del commento alle immagini: il pubblico attirato da questo tipo di proiezione è dunque della più varia natura, forse decisamente più varia rispetto a quello che andrebbe a visitare fisicamente la mostra. Ancora una volta, l’«odierna arte guida» si rivela tale, proprio per il potere, innato nella sua natura di medium, di attrarre “democraticamente” le masse e rendere fruibile a tutti ciò che non è stato pensato come tale. Dando ascolto a Peter Greenaway, personaggio da non liquidare come stravagante o autoreferenziale, il cinema potrebbe proseguire nella sua esplorazione delle infinite sfumature del rapporto con la pittura, sfumature che vanno dalla più spinta narrazione alla fissità espressiva, proprio allo scopo di risollevarsi da quella crisi economica ma soprattutto creativa che lo attanaglia: in fondo, che cos’è il 3D, decisamente troppo in voga e fondamentalmente fallimentare, se non la volontà di evadere dalla bidimensionalità dello schermo (o della tela) per raggiungere una dimensione tangibile, a tuttotondo, reale?

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