#Venezia80: Hokage – Shadow of Fire, di Shinya Tsukamoto
Regia 5
Soggetto e sceneggiatura 4
Fotografia 4
Cast 5
Colonna sonora 3

Il rapporto di Shinya Tsukamoto con la Mostra del Cinema di Venezia prosegue ormai da più di vent’anni, da quel 2002 in cui la giuria gli assegnò il Premio speciale per quello che resta tutt’oggi uno dei suoi massimi capolavori, ovvero A Snake of June. E’ nota (ma forse non troppo) la fondamentale spinta divulgativa ..

Summary 4.2 favoloso

#Venezia80: Hokage – Shadow of Fire, di Shinya Tsukamoto

Il rapporto di Shinya Tsukamoto con la Mostra del Cinema di Venezia prosegue ormai da più di vent’anni, da quel 2002 in cui la giuria gli assegnò il Premio speciale per quello che resta tutt’oggi uno dei suoi massimi capolavori, ovvero A Snake of June. E’ nota (ma forse non troppo) la fondamentale spinta divulgativa giocata poi da Enrico Ghezzi per consolidare l’opera del regista all’attenzione del pubblico cinefilo italiano: attraverso trasmissioni dei suoi film su Fuori Orario e poi con la curatela riservata ad un ormai leggendario cofanetto della RaroVideo che raccoglieva i primi due capitoli della trilogia di Tetsuo. Una serie quest’ultima che ha visto presentare il suo terzo capitolo proprio nel 2009, sempre al Lido di Venezia dove, da quel momento in poi, a tutte le sue opere successive è sempre stato garantito il puntuale incontro con un pubblico di critici e cinefili sempre più fedeli alla sua opera, alla quale verrà poi riconosciuto il Premio Orizzonti per Kotoko nel 2011 e, a seguire, la partecipazione al concorso ufficiale del 2014 e del 2018, con i rispettivi film Nobi – Fires on the plain e Zan – Killing
Nel parlare di Hokage – Shadow of fire non ho potuto esimermi dal tracciare questa panoramica dell’intimo rapporto tra il il regista e il suo appassionato pubblico italiano che purtroppo rimane circoscritto ad una fruizione cinefila di nicchia. Al suo riconoscimento critico non è seguita purtroppo una degna visibilità nei circuiti di distribuzione nelle nostre sale, con il risultato di relegare la fruizione in sala del cinema di Tsukamoto alla sola realtà festivaliera, diversamente da altri registi nipponici quali Kore’eda o Hamaguchi (quest’ultimo vincitore del Gran Premio della Giuria e unico altro rappresentante del Giappone all’ultima edizione conclusasi qualche settimana fa), motivo per cui possiamo dedurre la sconfortante sorte toccata a Hokage di concorrere, rispetto alle due opere precedenti di Tsukamoto, nella stessa sezione dove il regista vinse 12 anni prima. E’ un peccato che un’opera così, ora possiamo dirlo, bella e importante come Hokage non abbia ricevuto un trattamento diverso, in quanto opera cruciale e fondamentale nel confermare il sempre fertile e coerente vigore del percorso artistico di Tsukamoto dagli anni 80; è un peccato che un film così, come anche i due precedenti, non troverà di conseguenza la luce nelle nostre sale, luoghi deputati di un regista che, come afferma in un vecchia videointervista con Ghezzi, pensa i suoi film per il grande schermo nonostante la piccole dimensioni della realtà produttiva a cui si appoggia da sempre, quella che porta il nome sugli ideogrammi di Kaiju Theater che, quando appaiono sugli schermi del Lido, riempiono sempre di gioia ed emozioni il pubblico.

Confidiamo perlomeno in un futuro (prossimo) in cui magari una realtà nostrana riconosca il valore dei suoi ultimi tre film attraverso un cofanetto di quella che è una vera e propria trilogia sulla guerra dal momento che Hokage porta a compimento una riflessione sulla violenza a partire dal contesto bellico condiviso dalle due opere precedenti, seppur raccontate da punti di vista differenti.
Ambientato nel torrido e soffocante clima del mercato nero all’indomani della seconda guerra mondiale, Hokage ci porta tra le mura fatiscenti di un disastrato ristorante tra le ceneri dei bombardamenti: la giovane proprietaria è costretta a prostituirsi per mantenersi e si tiene compagnia con i saltuari ospiti, finché non le si presenta l’occasione di ricostruire, per un fugace momento, un nido famigliare insieme a un reduce, vittima di stress post traumatico, e a un bambino orfano in possesso di una pistola, quest’ultimo vero protagonista del film che seguirà successivamente i passi di un strambo ragazzo privo dell’uso di un braccio ma determinato a pianificare l’omicidio di una sua vecchia conoscenza di guerra.


Da questa breve sinossi possiamo innanzitutto individuare alcuni scarti rispetto ai due film precedenti che rinnovano lo sguardo poetico di Tsukamoto. Viene innanzitutto a rompersi la consueta presenza del regista a rivestire un ruolo fondamentale nelle gallerie di personaggi che animano solitamente i suoi film. Qui il corpo e il volto di Tsukamoto si fa da parte per focalizzare lo sguardo sul disorientamento psicologico ed esistenziale di una gioventù negata di qualsiasi promettente futuro al di fuori dello scenario di guerra che la circonda, tra chi è costretto a sopportare il dolore interiore di un’amore perduto, chi è imprigionato nei suoi disturbi post-traumatici per cui anche il  più piccolo suono acuto rievoca la mostruosità mostrata in Nobi, e chi rimane privo dell’uso di un braccio soltanto per sfogare la sua vendetta. Davanti a tutto questo si erge lo sguardo del bambino protagonista, un’ombra del mercato nero, attraverso il quale Tsukamoto innerva la testimonianza di un’innocenza perduta, una “preghiera” per i nostri tempi (come ha detto il regista nel dibattito seguito alla proiezione in Sala Darsena). Già nel precedente Zan, ambientato nella seconda metà dell’Ottocento, Tsukamoto si appellava ad un messaggio pacifista contro una guerra che lì veniva lasciata fuori campo,  al di fuori dello scenario bucolico in cui i giovani protagonisti impugnavano le spade per conoscere il peso morale della violenza; ancor prima in Nobi lo stile ipercinetico della regia ricreava la percezione di un disastro talmente fatale che in Giappone viene programmato nei cinema in occasione della seconda guerra mondiale per ricordare gli orrori del disastro bellico. 
In Hokage la violenza esplode in piccoli momenti, quasi secondari, e il corpo, perno della sua poetica dall’esordio con Tetsuo, sembra solo apparentemente venire meno. I tre protagonisti adulti (seppur giovani) scontano la sopravvivenza con la compromissione del loro corpo che li imprigiona, mentre l’unica arma (attraverso la quale l’elemento del metallo, altro perno poetico del regista, qui diventa quasi di contorno) è nelle mani del bambino, di chi deve ancora acquisire una coscienza del mondo a venire, come esemplifica lo struggente finale.

Hokage si muove all’interno di un vero e proprio dramma storico, capace di evitare le facili trappole ricattatorie del genere, soprattutto quando il motore della storia è il punto di vista di un bambino. Girato come di consueto con un uso consapevole e inventivo del digitale, Hokage è l’ennesima testimonianza dell’ultima parte della filmografia di Tsukamoto, quella che si è lasciata alle spalle l’immaginario cyberpunk per scendere nelle pieghe psicologiche del contemporaneo (Kotoko) e poi della storia giapponese, affinando un grande afflato umanista che emerge dall’essenzialità delle sue drammaturgie, tanto semplici quanto complesse nell’indagine dei bassifondi umani osservati dal povero protagonista. Da manuale in questo caso tutta la prima parte del film ambientata tra le sole quattro pareti del ristorante, per aprirsi solo in un secondo momento al paesaggio naturale che proprio da Kotoko in poi ha occupato un ruolo non indifferente per un regista che ha fatto dell’alienazione metropolitana l’asse portante di un cinema che non si ferma mai, sempre sorprendente e geniale, di cui si sente sempre il bisogno, da cui si dovrebbe imparare di più. 

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