L’ora più buia di Churchill, Oldman e Joe Wright
Regia 5
Soggetto e sceneggiatura 4
Fotografia 0
Cast 4
Colonna sonora 3

La seconda guerra mondiale è da poco iniziata, Hitler sta espandendo il suo potere in tutta Europa con una velocità dilaniante. Cade la Polonia, cadono la Francia e i Paesi Bassi e i morti aumentano, sia nei campi di concentramento che nei campi di battaglia dove i soldati cercano di fermare questo orrore. Intanto, mentre ..

Summary 3.2 bello

L’ora più buia di Churchill, Oldman e Joe Wright

La seconda guerra mondiale è da poco iniziata, Hitler sta espandendo il suo potere in tutta Europa con una velocità dilaniante. Cade la Polonia, cadono la Francia e i Paesi Bassi e i morti aumentano, sia nei campi di concentramento che nei campi di battaglia dove i soldati cercano di fermare questo orrore. Intanto, mentre il tempo stringe per i soldati inglesi e francesi asserragliati sulla spiaggia di Dunkerque, a Londra Winston Churchill viene nominato Primo Ministro dal Re Giorgio VI e incaricato di formare un nuovo governo.

Sono mesi, settimane, giorni e ore di timore; è l’ora più buia del Regno Unito quella che Joe Wright ci racconta nel suo ultimo lavoro, un film che ci racconta i giorni, lo stress, la calma, la saggezza e il coraggio di Churchill, l’uomo in cui nessuno sperava e che infine è stato l’uomo giusto al momento giusto nel posto giusto, l’uomo che non è sceso a patti col diavolo nazista per far sopravvivere il regno unito.

Joe Wright è un regista profondamente classico, di un gusto formale e teatrale che ha sempre messo al servizio di film in buona parte tratti da opere letterarie di rilievo per la cultura europea, come Anna Karenina e Orgoglio e Pregiudizio, ma anche da testi più contemporanei come Espiazione di Ian McEwan.

Dopo due anni dal disastroso flop di Pan (altra rilettura di un fiaba chiave per ragazzi), Wright decide tornare con una regia elegante e fredda che nell’arco temporale di due ore ci accompagna nel ritmo concitato, teso e opprimente di stretti corridoi sotterranei, di sale affollate e poi desolate del Parlamento e infine dentro stanze buie del Gabinetto, all’interno delle quali il nostro Winston Churchill è costretto a ragionare solo, lui contro tutti, lui per tutti, nella sua ora più buia in attesa di trovare l’illuminazione in un tetro ascensore, circondato dall’oscurità incombente non solo della minaccia nazista ma anche dei suoi stessi collaboratori poco fiduciosi.

Wright è abilissimo a orchestrare un riuscito affresco dell’epoca e a far rivivere le tensioni di quel momento preciso. E’ abile nella precisa e maniacale composizione delle sue immagini di grande richiamo pittoresco che fanno respirare ambienti chiusi e bui con immagini ampie dove regna una desolante solitudine; è abile nel seguire da vicino Winston Churchill in momenti cruciali della sua vita privata e pubblica, che sia il primo discorso alla nazione in una suggestiva sequenza tutta virata su un suggestivo e allarmante color rosso, che sia in un breve ma intenso campo/controcampo di silenzi e sguardi tra lui e la sua giovane e preoccupata dattilografa e infine che sia Churchill da solo dentro un acensore, isolato da tutto e tutti in mezzo al buio per riflettere sulla sua condizione, che è la condizione di tutti; è meno abile quando decide di ricorrere all’uso del digitale in discutibili carrellate e sequenze aeree che risultano un po’ superflue all’interno del grande ritmo visivo e teatrale del film, ma si tratta di un difetto su cui chiudiamo volentieri un occhio.

Un merito va riconosciuto al direttore della fotografia Bruno Delbonnel che avvalora la preziosa confezione di Wright soprattutto quando i personaggi si ritrovato in spazi angusti poco illuminati, con grande precisione sul riflesso della luce sul colore della pelle, quasi scarnificata ed esageratamente desaturata per evidenziare la condizione di Churchill, interpretato da un Oldman che pare evocare uno spettro del suo grandioso Dracula (su Oldman torneremo tra pochissimo).

In sede di sceneggiatura purtroppo il film incontra uno dei suoi più grandi difetti, i quali, nonostante l’ottimo impianto visivo di Wright, non permettono a L’Ora più buia di essere quel grande film a cui sembra tanto ambire, rimanendo un semplice e buon biopic.
Affidando la sceneggiatura ad Anthony McCarten, che ricordiamo a malincuore per il terribile lavoro fatto con La teoria del tutto, il film sembra non volersi sbilanciare più di tanto nel tratteggiare un uomo ambiguo, abbozzato solo marginalmente nel suo essere profondamente innamorato dei suoi vizi, quali l’alcol e il fumo, e di sua moglie, la quale compare semplicemente in parentesi sentimentali di spessore irrilevante, giustamente impreziosite da qualche nomignolo come “porcellino” tanto per compiacersi di evidenziarne il lato più tenero e ironico meno noto al pubblico.
Churchill in questo film ci viene raccontato con grazia e onestà, McCarten si limita a tracciarne un profilo che rientri in quello che, nel più e nel meno, è il personaggio che ci hanno raccontato a scuola. Non è un biopic che cerca lo stravolgimento totale del personaggio storico, non siamo del resto dalle parti del cinema più recente di Pablo Larraìn, sarebbe stato bello ma ci accontentiamo così.
È un film che si affida all’ampio e spropositato uso della parola e quest’ultima nel bene e nel male è la parola di Gary Oldman, un grandissimo attore che ci regala un’interpretazione di grande intensità espressiva e fisica, di una presenza scenica incombente che evita qualsiasi futile ed esagerata caricatura del personaggio.
È nell’interpretazione di Oldman che il film guadagna punti e sensibilità, il suo Churchill è un uomo goffo, panciuto e dai borbottamenti facili, che nei momenti più intimi fa uscire tutta la sua irriverenza comica e piaciona, regalando al film momenti di grande umorismo perfettamente calati nell’atmosfera seria e tragica del film.
Ma Churchill è anche un grande oratore, un artista della retorica e della parola, di quella pronunciata, quella scritta e quella comunicata al popolo, ed è un peccato che l’interpretazione di Oldman venga annullata così da un doppiaggio italiano che nasconde il grande lavoro fatto sulla prununcia, sia che comprenda i tesi e intensi discorsi nelle stanze del Parlamento sia che comprenda i buffi borbottii con se stesso. Del resto non abbiamo dubbi che una statuetta potrebbe premiare giustamente l’interpretazione di un grande attore come Gary Oldman ai prossimi Oscar 2018.

In fin dei conti L’ora più buia è un film da vedere sicuramente per l’intensa prova di un Gary Oldman che regge tutto il film di Wright, ma anche per la sua attualità, perché esce in un periodo storico di particolare delicatezza per l’Europa odierna, quella della Brexit in quell’Europa che ha saputo rialzarsi e sopravvivere alla minaccia di isolazionismo operata tanto dal potere nazista quanto dall’indifferenza di un’America assente che anche oggi, con Trump al potere, sembra essere ancora più lontana di quella di Franklin Delano Roosevelt, lasciata semplicemente fuori campo durante una telefonata.

Magari non tutto convince nel riportare i fatti storici come sono stati, come il viaggio in metropolitana di Churchill che può far sorridere ma risulta un po’ didascalico e come le didascalie finali che ci dicono che quasi tutti i soldati a Dunkerque vennero salvati, diversamente da quel che ci racconta per controcampo Nolan nel suo ultimo lavoro di pochi mesi fa.

Tuttavia in queste piccole lacune il film convince, si guarda piacevolmente, diverte ed emoziona per tutta la sua durata senza mai annoiare, ma è anche un invito a riflettere sugli sbagli fatti in passato per guardare al presente, come fece Churchill ma come ognuno di noi dovrebbe fare, durante le nostre ore più buie che devono essere affrontate.

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