Gomorra – La serie
Regia 4
Soggetto e sceneggiatura 3
Fotografia 4
Cast 4
Colonna sonora 4

Guardare il finale di una serie TV è un po’ come mettere un punto a una storia d’amore. Lo si può fare in modo sereno, consapevoli del fatto che è arrivato il momento di chiudere un capitolo, oppure con la rabbia di chi sa che all’inizio era tutto perfetto ma andando avanti le cose si ..

Summary 3.8 bello

Gomorra – La serie

Guardare il finale di una serie TV è un po’ come mettere un punto a una storia d’amore. Lo si può fare in modo sereno, consapevoli del fatto che è arrivato il momento di chiudere un capitolo, oppure con la rabbia di chi sa che all’inizio era tutto perfetto ma andando avanti le cose si sono rovinate. In ogni caso c’è sempre una buona dose di nostalgia.
Se avessi scritto questa recensione a caldo, subito dopo aver visto l’ultimo episodio della stagione finale di GomorraLa serie, probabilmente avrei fatto rientrare la mia esperienza nel secondo caso. Fortunatamente ho aspettato, ho voluto metabolizzare bene la conclusione di quello che per me è stato un viaggio da spettatrice lungo e sentito. Ma facciamo un passo indietro.

L’obiettivo di Gomorra, si sa, è sempre stato quello di raccontare la camorra: una narrazione per niente facile, che la serie è però riuscita a portare avanti nel profondo. Se all’inizio, nell’ormai lontano 2014, si serviva delle vicende e delle battaglie della famiglia/clan Savastano, nel corso del tempo il racconto si è ampliato in diversi modi. Dalla criminalità nelle strade della periferia di Napoli si è arrivati ben oltre i confini della città, alle piazze di spaccio si sono affiancati, per dirne solo alcune, un consorzio molto poco trasparente e giri di narcotraffico internazionale. Le cinque stagioni sono un crescendo continuo, la trama è complessa, i colpi di scena sono tanti, e ammetto che a volte mi è capitato di pensare “ma come cazzo siamo arrivati a questo?”. Ma insomma, non stiamo parlando del mondo delle fate e degli unicorni: si parla di criminalità organizzata, della conquista di un potere illegittimo ma non per questo meno forte di quello statale.

Per quanto dire addio a Gomorra mi faccia sentire nel pieno di una sindrome da abbandono da serie TV, credo che cinque stagioni siano state il giusto compromesso. Sono state abbastanza per sviluppare le vicende dei personaggi, per farceli conoscere e comprendere in profondità, per conferire loro lo spessore che meritano. Allo stesso tempo però non sono state troppe, non sono arrivate a essere ridondanti e soprattutto non hanno costretto gli sceneggiatori a inventare quei colpi di scena assurdi che ci fanno pentire di essere ancora lì a guardarla. Con questo non sto dicendo che Gomorra sia stata la serie perfetta. A parte alcuni specifici momenti, la quarta stagione non mi ha fatto battere troppo il cuore e inoltre credo che nel tempo si sia perso parte del realismo che ha reso questa serie un cult. Gli omicidi di camorra esistono, forse sono parte del concetto stesso di criminalità organizzata, ma il fatto che così tante persone scompaiano dalla circolazione o vengano uccise in strada in pieno giorno senza che nessuno muova un dito per cercare i colpevoli ci ricorda che quello di cui stiamo fruendo è effettivamente un prodotto di finzione. A questo proposito, forse è una unpopular opinion ma qualcuno dovrà pur dirla, la storia di Ciro che sopravvive a un colpo sparato a bruciapelo lascia un po’ il tempo che trova. Forse è solo tutto parte della sospensione dell’incredulità che il mio dover trovare il pelo nell’uovo non mi permette di realizzare appieno. Ma è pur vero che Ciro meritava una migliore chiusura del suo cerchio narrativo, e l’ha avuta.

Momenti carenti a parte, Gomorra è uno dei prodotti nostrani più acclamati dentro e fuori i confini del nostro Paese. Per dirne una, il New York Times l’ha inserita nella classifica delle produzioni internazionali più interessanti dell’anno (e non è la prima volta). Ciò non significa che non abbia ricevuto anche la sua buona dose di critiche. Una fra tutte, quella di essere troppo concentrata sui cattivi. In Gomorra lo Stato è assente, così come lo è in alcuni contesti della vita reale. Ogni clan teme ripercussioni da parte del clan rivale molto più di quanto non tema un intervento da parte della polizia, un’entità che resta sempre sullo sfondo. Sappiamo che c’è, in alcuni momenti gioca anche le sue carte, ma non è mai ciò a cui davvero bisogna sfuggire. Bisogna attendere la quarta stagione per l’entrata in scena del magistrato Walter Ruggieri, utile agli sviluppi della trama ma privo della funzione salvifica che molti hanno voluto vedere in lui. Se vogliamo guardare una serie che ci ricordi che lo Stato c’è e lavora sodo per proteggerci dal male, allora possiamo mettere su una bella puntata di Distretto di Polizia. Certo, Ruggieri è il primo personaggio dalla parte dello Stato in una serie in cui i personaggi per cui proviamo empatia sono camorristi. Ma ciò che davvero ci ricorda durante il finale è che, nella lotta fra bene e male, non possiamo dire qual è la nostra posizione finché non ci siamo dentro.

È necessario che i personaggi siano per la quasi totalità camorristi, altrimenti non sarebbe davvero possibile raccontare la camorra. Non c’è bisogno di vedere il bene per repellere il male, basta guardare il male per capire che non è la strada giusta. Gomorra ci racconta il male attraverso le vicende degli innumerevoli personaggi che entrano in gioco e ne escono violentemente. Sono uomini e donne, giovani, a volte giovanissimi, adulti, tutti legati dal filo conduttore sottile e allo stesso tempo indistruttibile che è la camorra. C’è chi nella criminalità organizzata ci è nato, chi ci è entrato per volontà o per mancanza di alternative; c’è chi l’ha vissuta come protagonista e chi come tacito spettatore. C’è chi ha provato ad allontanarsene, un obiettivo raggiunto da pochi. Lercio ha ragione, si potrebbe fare uno spin-off di Gomorra con tutti i personaggi morti in versione zombie, il cast della serie originale sarebbe quasi al completo. Ma la camorra è così, non è un’esperienza dalla quale si torna indietro.

Lo sanno bene i protagonisti. Nella prima stagione Gennaro Savastano è un giovane principe che si sente un re ma che chiaramente non ha le capacità per esserlo. Nel tempo diventa un uomo, cambia, complici le complesse dinamiche che confondono e fondono la famiglia e il clan, e non è un caso se a ogni cambiamento emotivo ne corrisponde anche uno fisico (la cresta di Genny è emblematica, ed è stata sulla testa di fin troppi fan della serie). Passa buona parte della sua vita a sfuggire dal padre e dal suo ricordo e si impegna talmente tanto nel perseguire questo obiettivo da non rendersi conto di essere diventato esattamente come lui. L’ultima stagione ce lo fa notare in continuazione, Azzurra glielo dice guardandolo negli occhi, ma l’ultima scena della quinta puntata è più forte di qualsiasi parola.

Ciro Di Marzio, “l’Immortale”, colui che ha il brutto vizio di sopravvivere a qualsiasi tipo di incidente e/o attentato alla sua persona è fatto di tutt’altra pasta. Non è un predestinato al trono ma ha tutte le capacità per ottenerlo e mantenerlo. È così dentro al gioco della malavita che è disposto a uccidere la sua stessa moglie, temendo che lei ne abbia abbastanza, pronto a portare sulle spalle il peso di questa scelta fino alla fine. È solo, lo sa, ma, ogni volta che sembra mollare, come una fenice poi rinasce dalle sue ceneri. Ed è proprio questo che lo rende agli occhi degli altri un vero e proprio Dio. I suoi compagni sono disposti a sacrificarsi per lui, sorridono davanti alla morte. Quella per portare avanti il nome di Dio Ciro, per fargli conquistare il tanto ambito trono di Secondigliano, è la loro crociata.

Se tutta la serie gira intorno al rapporto tra Ciro e Gennaro – anche la quarta stagione, quando in linea del tutto teorica il primo è morto proprio per mano del secondo – è nell’ultima stagione che il cerchio si chiude. La trama legata alla famiglia Levante, che si pensava potesse essere il fulcro dell’intera stagione, si risolve prima ancora di arrivare alla quinta puntata. Il tutto proprio per concentrarsi sul legame che lega il figlio del re al figlio di nessuno.

Per tutta la stagione ho pensato che alla fine uno dei due avrebbe ucciso l’altro, pur non avendo idea di chi l’avrebbe scampata. Il finale però mi ha sorpresa, talmente tanto da averlo odiato. Pensavo, come si può mettere da parte una faida che ha fatto infiniti morti (RIP Sangue Blu)? Come possono coprirsi le spalle dopo quello che si sono fatti a vicenda? Sul momento proprio non riuscivo a darmi una risposta. Poi ho pensato a tutte le volte in cui ho urlato in faccia a mia sorella le cose peggiori, ma se solo qualcuno avesse provato a dirle di lei lo avrei mangiato a colazione. Ho pensato a quando abbiamo litigato per ore, anche per giorni, per poi trovare sempre il modo di abbracciarci. Ecco, è così. Gennaro e Ciroso’ frat”. E lo sono fino alla fine.

Non basta essere ricchi, avere il potere. Non basta nemmeno essere visti come Dio, idolatrati come se non si fosse fatti di carne e ossa, ma di eternità. Tutti muoiono, anche gli immortali. Ciro e Gennaro muoiono, uccisi da qualcuno che non si è nemmeno capito chi sia, che probabilmente nei titoli di coda non ha neanche un nome. Ma in realtà Ciro e Gennaro muoiono per colpa delle loro scelte, della vita che hanno fatto, che li ha portati a diventare gli uomini che erano. Uomini che non guardavano in faccia a nessuno, che hanno ucciso a mani nude (l’ho già detto, ma RIP Sangue Blu). Uomini tormentati dalle loro stesse azioni che si sono ritrovati ad essere un pericolo per le loro famiglie e per loro stessi. Uomini per i quali l’onore è tutto, ma di onorevole non hanno nulla. Uomini di camorra, che la camorra ha ucciso.

Gli ultimi minuti dell’ultimo episodio di Gomorra sono un colpo al cuore. Una versione perfettamente riarrangiata di “Nuje vulimm ‘na speranza”, la canzone che ha concluso ogni episodio della serie, ci accompagna verso l’epilogo finale, ci porta sulla spiaggia dove tutto si conclude. Ci conduce agli ultimi dialoghi, al momento in cui sappiamo che qualcosa di inaspettato succederà, qualcosa che sarà irreversibile. La speranza tanto anelata l’abbiamo, sono Azzurra e Pietrino che scappano verso un futuro diverso. Ma chi resta non ha scampo. Ho odiato questo finale con tutta me stessa, ho creduto che la mia storia d’amore con Gomorra si fosse chiusa davvero male. Ma non devo mentire a me stessa: non sarebbe potuta andare altrimenti, Ciro e Genny avevano imboccato un vicolo cieco.

Ho amato Gomorra, poi mi ha deluso, poi ho ripreso ad amarla di più. Non è stato tutto perfetto, ma quale vera relazione lo è? Adesso che è finita io mi prendo ancora un po’ di tempo per elaborare la cosa, magari anche grazie ai meme di cui Facebook e Instagram mi inondano costantemente. Eppure so che questa relazione è finita bene, e presto sarò pronta per vivere un nuovo amore.

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