La fantastica signora Maisel

La fantastica signora Maisel

O della perdita della memoria

È finalmente successo qualcosa di veramente interessante, nell’ultima, tormentata (dalla Covid-19) stagione della serie scritta e declamata e decantata da Amy Sherman-Palladino, a cui personalmente devo la creazione del posto in cui vorrei vivere per il resto della mia vita, ossia la Stars Hollow di Una mamma per amica.
La Fantastica Signora Maisel era stata finora — per quanto apprezzata, premiata, adorata, fantasticata, appunto — un divertente zibaldone di stucchevoli stereotipi e privilegi compiacenti, che, sia chiaro, ho adorato, da bravo rappresentante del privilegio contemporaneo.

Ma come ci ha efficacemente raccontato Emily Nussbaum, Midge Maisel è però stata, almeno per le prime due stagioni, semplicemente «una meraviglia», indiscutibile, perfetta, brava, adorabile, e soprattutto evasiva.

Che problema c’è? Beh, c’è. La fantastica signora Maisel è, fin dall’inizio, una vincente, è intelligente, è immediatamente capace di fare stand up comedy, è bella, è apprezzata, e rivendica le sue qualità assecondando le proiezioni misogine (non solo) dell’epoca, parlando di sesso e di cibo, con quel femminismo rassicurante che viene direttamente dalla madre suffragetta di Mary Poppins. Appare innocua, per certi versi, una sorta di “nero da giardino”, ha detto qualcuno citando Malcom X.

Perché è una favola permanente, quella di Mrs Maisel, senza un arco di trasformazione, senza alcun riscatto: un periodo intriso di sessismo (siamo negli anni ‘50) rispetto al quale Midge sembra immune, una famiglia che è lo stereotipo della famiglia ebrea da sit-com, il ruolo di madre come realizzazione del femminile, il coro di donne prive di parola, i francesi che fumano, gli italiani che cantano, i conflitti che si dimenticano, l’antagonista — straordinaria — che si perde, la spalla — forse ancora più straordinaria — che non discute.

Di più: «Le sue battute sono totalmente incongrue rispetto alla sua vita da sogno — perché Midge, applaudita e adorata, si lancia in invettive sul fatto che le donne sono esperte nell’essere rifiutate?» (Emily Nussbaum, Ciao splendore, La fantastica signora Maisel, in Mi piace guardare, 2020), e questa è una forma di appropriazione culturale.

Ma poi le cose cambiano. Già la terza stagione ci mette di fronte a situazioni maggiormente conflittuali, a una linearità più accidentata, a dubbi reali; è la quarta, però, che fa deflagrare queste premesse drammatiche, almeno fino all’ultima puntata. Midge Maisel finalmente sbaglia, e non per una battuta di troppo, finalmente ha paura, di sé e di ciò che le accade attorno, e allora si nasconde, cade, si spettina, sente, finalmente. Certo, rimangono — ed è cosa buona e giusta — i toni da screewball comedy, si ride di gusto e anche di più rispetto alle altre stagioni, anche grazie alla sempre incredibile antagonista e alla ancora più incredibile spalla, e sì, permangono gli stereotipi ma forse si sfumano, perché sembra esistere una tridimensionalità così che finalmente il nostro personaggio principale diventa conflittuale, rischia di arrendersi, di accontentarsi, e contemporaneamente, in nome di un desiderio privo di compromessi, di boicottarsi e di assolversi. E, in simultanea, subisce la stessa trasformazione anche l’ambiente circostante — a livello di sessualità, dinamiche sociali, razzismo, ingiustizie… — per quanto di frequente, ancora, ne si edulcori la radicalità attraverso un uso scontato di ironia (rendendoci ancora più orfani, sia detto per inciso, di David Foster Wallace, che sosteneva che «la vera ironia si usa solo in casi di emergenza. L’uso prolungato la fa diventare la voce di gente in gabbia che ha finito per amare le proprie sbarre»).

Eppure — spoiler! — arriva l’ultima puntata, in cui il comico più anticonformista del periodo, vero punto di riferimento per Midge, anche doloroso e scomodo, mostra alla fantastica sigoniora Maisel qual è il posto giusto per il suo essere fantastica, con una vagonata di realismo e buon senso che stordirebbe un elefante. Ma è difficile dire ora quale possa essere la funzione di questo cliffhanger di stagione: un richiamo all’ovile, una forma di tragica rassegnazione, l’ennesimo trionfo del mansplaining, per quanto penoso, o la possibilità di un nuovo conflitto (sia inteso in senso drammaturgico)? Chi può dirlo.

Resta impressa nella memoria una delle battute più belle della storia delle battute belle, detta da Sophie Lennon, quell’antagonista di Midge di cui abbiamo parlato e, come dimostra la battuta stessa, vera parte mancante del personaggio principale interpretato, per altro magistralmente, da Rachel Brosnahan: «lei ha mai preso un taxi?».

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