Gli uccelli

Gli uccelli

Chi scrive anche poche righe su Gli uccelli (si badi al secco e quasi minaccioso articolo determinativo), si deve misurare, tra gli altri, con due fatti. Il primo. Si tratta di uno tra i principali film della storia del cinema, diretto da uno dei registi inscritti nel Gotha. Il secondo. È accompagnato da un’eccezionale mole di riflessioni critiche, testimonianze e documenti vari; sopratutto a partire dalla ri-valutazione fatta dalla Nouvelle vague. Della quale segnalo due opere in particolare: la monografia di Eric Rohmer e Claude Chabrol Hitchcock (1957), che era stato preceduta e preparata da una serie di interventi sui “Cahiers du cinéma”, degli stessi Rohmer e Chabrol, più Jacques Rivette, François Truffaut, Jean-Luc Godard e altri, appoggiati dal “fratello maggiore” André Bazin; e dieci anni dopo la conversazione a tutto campo con Truffaut Le cinéma selon Hitchcock.

Godard, il più diretto e provocatorio dei “giovani turchi” francesi, ha offerto un’estrema sintesi della vicenda: nel 1959 dichiara: «noi abbiamo vinto imponendo il principio, secondo il quale un film di Hitchcok, ad esempio, non è meno importante di un libro di Aragon. Grazie a noi gli autori di film sono entrati definitivamente nella storia dell’arte». Ventuno anni dopo, alla morte di Hitchcock, ribadisce: «i ‘Cahiers du cinéma’ hanno detto di Hitchcock ‘questo è cinema e gli altri sono cacca’, in un solo colpo i ‘Cahiers’ e l’uomo del bar accanto erano d’accordo. E questo definisce un’epoca». 

Dopo aver precisato che Godard, Truffaut e soci si definivano “hitchcocko-hawksiani”, ecco le evocate poche righe su Gli uccelli (1963). Tratto da un racconto di Daphne Du Maurier (autrice tra l’altro del romanzo Rebecca, la prima moglie dal quale Hitchcock ricavò il film omonimo nel 1940), sceneggiato da Evan Hunter (più noto come Ed McBain), interpretato nei ruoli principali da Typpi Hedren (tipica bionda hitchcockiana) e Rod Taylor, si segnala – dati i tempi – per la bravura tecnica dovuta al direttore della fotografia Robert Burks, al responsabile degli effetti speciali Lawrence A. Hampton, all’addestratore di animali Ray Berwick e al noto disegnatore disneyano Ub Iwerks. Ma, come osserva Truffaut che non è stato solo un grande regista bensì anche un critico eccellente: «Una discussione sugli Uccelli sarebbe molto incompleta se non si parlasse della colonna sonora. Non c’è musica, ma i rumori degli uccelli sono stati elaborati come una vera partitura. Penso per esempio a una scena puramente sonora, l’attacco dei gabbiani alla casa».

La storia è piuttosto nota e per così dire semplice. Si tratta di una vicenda sentimentale all’interno di una famiglia che vede l’opposizione della madre del protagonista (a un certo punto risuona il nome Edipo) e si sviluppa nel contesto ancora più ampio dell’attacco che gli uccelli scatenano contro gli umani in un paesino costiero, Bodega Bay. Più vicino alla natura della San Francisco che vediamo all’inizio del film. Ma di quale natura si tratta? Ovviamente ostile. Il fatto poi che l’attacco sia dovuto a gabbiani, passeri e corvi rafforza la sorpresa e accresce la paura: ha detto Hitchcock a Truffaut: «Non avrei girato il film se si fosse trattato di avvoltoi o di uccelli da preda; quello che mi è piaciuto è che si trattava di uccelli comuni, di uccelli di tutti i giorni».

Abilissimo nel disseminare il film di indizi “ornitologici” in un crescendo di angoscia e di violenza fino all’attacco finale alla casa del protagonista che vede completamento rovesciato il rapporto uccelli/umani – sono questi ultimi adesso in gabbia -, Hitchcock non offre nessuna spiegazione della rivolta. E guadagna i complimenti di Truffaut: «ha avuto ragione lei a non motivare l’azione aggressiva degli uccelli. Il film è chiaramente una costruzione intellettuale, una fantasia». 

Il finale, che mi rifiuto di raccontare anche se è piuttosto noto, con notevole coerenza mostra uno stato di sospensione. Di minacciosa attesa. 

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