Cocoricò Tapes – Il documentario sulla Generazione X e il suo Tempio

Cocoricò Tapes – Il documentario sulla Generazione X e il suo Tempio

Data la quantità di volte in cui ho pronunciato la parola “Cocoricò” negli ultimi quattro mesi, ho motivo di credere che questo articolo su Cocoricò Tapes – che ha l’onore e l’arduo compito di raccontare il suddetto nascente documentario – rientri di diritto nella categoria “altre perversioni”, perchè, di fatto, lo è diventato.
Ma facciamo un passo, anche tre-quattro, indietro. 

Non leggerete una recensione, perchè il documentario è in fase di gestazione e, come le migliori cose, vedrà la luce in primavera. Non sarà neanche un articolo ad hoc per la campagna di crowdfunding lanciata settimane fa, ma prima di perdervi al terzo paragrafo per mia incapacità narrativa vi suggerisco subito un giro su IdeaGinger.it perchè un gesto magnanimo da parte vostra può essere di grande aiuto per la causa.
Ora che ho esaurito tutti i preamboli del caso, posso andare al punto. Potrebbe essere una “recensione degli intenti”, perchè il progetto ne ha di buoni ed esplicitarli può essere un buon modo per iniziare a fargli strada. Ma forse, ancora di più, può essere l’articolo in cui una Gen Z (classe ‘97) che non ha vissuto il Cocoricò negli anni ‘90 racconta di come il documentario che parla del Cocoricò e degli anni ‘90 parli anche a lei.

Partiamo dalle basi. Cocoricò Tapes è il documentario sulla Generazione X e sul Tempio della musica techno negli anni ‘90: il Cocoricò di Riccione (se fosse sfuggito). È co-prodotto da La Furia Film di Cesena e Sunset Studio di Forlì, conta sulla regia di Francesco Tavella (Bologna), sulla colonna sonora di Matteo Vallicelli (Forlì) e sul supporto economico dell’Emilia-Romagna Film Commission. Lo spirito, dunque, è profondamente emiliano-romagnolo. 

Il film ci porta dentro la Piramide più famosa d’Europa (dopo il Louvre? Prima?) nel senso letterale del termine: il documentario nasce proprio grazie a materiale di archivi inediti prodotto all’interno della discoteca. Ore di girato su VHS che qualche fortunatǝ è riuscito a produrre durante quelle notti entrate nella storia della club culture europea. Provate a immaginare un periodo storico in cui non si avevano smartphone nelle tasche dei jeans: documentare ininterrottamente il qui e ora era pressoché impossibile; ma qualcosa è pur venuto fuori e quel qualcosa è in Cocoricò Tapes

Oltre alle immagini amatoriali, ci sono anche interviste – d’archivio e nuove – ai volti protagonisti del tempo, che è bene menzionare se eravate estranei a quel mondo o se siete arrivatǝ dopo: l’art director Loris Riccardi, il direttore Renzo Palmieri, il performer Maurizio Augusti, in arte Principe Maurice, la storica PR Silvia Minguzzi e il suo collega Giuseppe Moratti. Il binomio tra le due cose farà di Cocoricò Tapes il mezzo sul quale intraprendere un viaggio attraverso il portato culturale, valoriale ed esperienziale di un decennio che ha visto nella discoteca romagnola uno spazio in cui esprimersi appieno.  

Siamo dunque a Riccione, ma in realtà anche a Berlino e, più in generale, nell’Europa di fine millennio. Gli anni ‘90 stanno facendo il loro corso tra la caduta del Muro di Berlino e l’attacco alle Torri Gemelle. La Riviera Romagnola, da capitale del divertimento e regina della notte, è tra le mete più ambite dello stivale, grazie anche all’unica piramide che affaccia sul mare. Ma non è solo questo il suo primato: il Cocoricò di Riccione è anche la prima discoteca a portare l’Italia alla LoveParade di Berlino nel 1996. Il raduno mondiale di riferimento per la scena techno, una grande festa sotto il segno dell’espressione libera, invita l’Italia attraverso il Cocoricò, che con il suo carro raggiungerà quelli di altre centinaia di discoteche europee, sfilando e riempiendo le strade di fiumi di gente e di musica. 

Cocoricò Tapes parte da qui per raccontare una storia complessa da restituire a parole vent’anni dopo, perchè intrisa di inquietudini, valori, ambizioni, desideri di una generazione intera. Gli anni ‘90, dunque, sono il cuore di un documentario che ha scelto IL luogo simbolo per approfondire un universo culturale spesso tralasciato dalle narrazioni mainstream sul decennio e sul Cocoricò. Sì, perché il Cocoricò di Riccione degli anni ‘90 non è stata solo la pista da ballo d’Italia, portabandiera di una generazione festaiola e godereccia alle prese con intrattenimento e droga. C’era dell’altro, molto altro. Il Cocoricò era luogo d’incontro e di fusione di corpi totalmente liberati in un moto di espressione senza vincoli. Era la Mecca della musica dance e techno, sì, ma soprattutto un laboratorio artistico alle prese con un incessante esercizio di creatività

La capacità di un luogo di diventare avanguardia è legata alle menti visionarie in grado di sperimentare strade alternative mai battute fino ad allora: Loris Riccardi, storico art director del Cocco, ha ribaltato completamente la concezione di discoteca, rompendo gli argini e ponendo le basi per creare un luogo fuori da qualsiasi coordinata spazio-temporale. Cocoricò Tapes ripercorre questa decade di sperimentazioni, quando la Piramide è diventata lo spazio in cui far convergere la moda (tra i tanti, Moschino e Jean Paul Gaultier), la musica nazionale e internazionale (per citarne un paio, Sven Vath e Grace Jones), il teatro d’avanguardia e sperimentale (iconiche le performance della Societas Raffaello Sanzio e del teatro catalano Fura Del Baus), la filosofia e il cinema. C’erano l’estetica e i contenuti, e dialogavano tra loro creando linguaggi nuovi, trasgressivi e provocatori. L’apertura, l’accoglienza e il rispetto di ogni modo d’essere e di esprimersi erano le uniche poche regole in un luogo di anarchia degli spiriti. “Sii ciò che senti” suggerisce il fraseggio simbolico nel suo logo: un manifesto di quel tempo che oggi torna nelle rivendicazioni delle nuove generazioni. 

E forse è proprio questo il passaggio che ha trasformato un semplice documentario in una (mia personale) perversione: la possibilità di ritrovare nel racconto di un mondo passato molte esigenze delle generazioni del presente. In primis, la (ri)scoperta e il riconoscimento del valore politico dell’intrattenimento. Il senso di appartenenza che può nascere da e in un luogo, e che funge da collante tra persone, così diverse ma così serenamente unite nella rivendicazione d’essere ciò che si vuole, come si vuole. E se c’è una realtà che ha permesso tutto questo, beh, allora voglio conoscerne la storia. 

Cocoricò Tapes è quel documentario che può far incontrare diverse generazioni attorno a un’unica storia, mettendo in luce affinità, esigenze e valori che hanno attraversato decenni. 
Il documentario è quasi pronto, nel 2023 camminerà sulle sue gambe per andare a bussare alle porte dei festival e delle rassegne, arriverà nelle sale e incontrerà pubblici di ogni dove. E come le cose più belle, sta nascendo grazie al supporto di più di 170 persone che, attraverso il crowdfunding, hanno voluto donare per sostenere gli ultimi lavori. Dove? Sulla piattaforma IdeaGinger.it, ed è ancora possibile farlo e lo sarà fino al 29 novembre. All’interno trovate il progetto, le ricompense pensate per ringraziarvi, i nomi di amicǝ, padri e madri, conoscenti e sconosciutǝ che, un po’ per affetto e un po’ per interesse, hanno voluto metterci del loro.
E se anche tu dovessi aver voglia di passare di lì e lasciar traccia, beh, sappi che allora Cocoricò Tapes nascerà anche grazie a te.

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