Sic Mundus Creatus Est

Sic Mundus Creatus Est

Il viaggio in altri mondi tra Dark e 1899

Sic mundus creatus est.

La capacità di creare mondi e di credere in cose intangibili sembra essere una prerogativa del genere umano. Lo storico Harari afferma che è proprio la possibilità di immaginare cose che non esistono ciò che ha reso l’homo sapiens la specie dominante, permettendogli di inventare costrutti fondamentali per la sua evoluzione, come la società, il linguaggio e la religione.

È allora connaturata nell’essere umano la necessità di inventare mondi altri in cui rifugiarsi. Per dirla con Amleto: «Potrei essere rinchiuso in un guscio di noce e tuttavia ritenermi signore di uno spazio sconfinato».

Questo guscio di noce può essere un wormhole (un varco spazio-temporale), come quelli che attraversiamo nel viaggio incredibile in cui ci porta Dark, o può avere la forma di un cervello umano, all’interno del quale possono essere contenuti infiniti mondi, come ci mostra 1899.

In tutta sincerità, guardare 1899 dopo aver visto Dark è un po’ come incontrare un(‘)ex: ha lo stesso aspetto, parla allo stesso modo, ma è impossibile riprovare l’amore di un tempo. Quella complessità, quella ricerca faticosa a cui ci aveva abituato Dark è, effettivamente, difficile da replicare e 1899, per quanto si sforzi (forse troppo), non ci riesce. Proprio come per i vecchi amori, però, alcune cose non cambiano mai. Il tema di fondo di entrambe le serie mi sembra, infatti, lo stesso: l’inadeguatezza dello stare al mondo.

Sia i personaggi di 1899 che quelli di Dark vorrebbero essere qualcun altro, da qualche altra parte. Tutti cercano di scappare da loro stessi, ma sono chiamati continuamente a fare delle scelte, che hanno sempre delle conseguenze, e poi a chiedersi dove hanno sbagliato, quando la loro vita li ha portati lì, come ci sono finiti, come il passato influenza il futuro (e come il futuro influenza il passato).

In 1899 la fuga è platealmente il nodo centrale della narrazione e non solo perché siamo su una nave diretta al “nuovo mondo”, ma perché tutti i personaggi a bordo della nave sono lì perché hanno cercato di scappare da loro stessi e di diventare qualcun altro. Anche quando scoprono la vera natura della loro realtà scelgono l’unica cosa che hanno sempre scelto e che sembra spontaneo scegliere: la fuga.

In Dark la fuga in altri mondi non si presenta tanto come una scelta, quanto come una necessità. Tutti i mondi sono interconnessi, passato e futuro si influenzano e le azioni dei protagonisti sono fondamentali a definire l’evolversi delle molteplici storie e dell’Unica Storia. Nessuno sceglie consapevolmente di scappare negli altri mondi, ma tutti si sentono inadeguati: non vorrebbero essere dove sono, quando sono, chi sono e scopriranno che poter viaggiare nel tempo non cambierà questa condizione.

Una differenza molto importante tra le due serie si trova, però, nelle relazioni con gli altri, nel modo in cui questa fuga è solo personale piuttosto che collettiva. In Dark tutti i personaggi sono intimamente legati, da sempre e lo saranno per sempre. Una singola scelta di un singolo personaggio del passato o del futuro può avere conseguenze enormi per tutte le altre storie e nessun mondo può sviluppare una sua storia senza tenere conto di quelle degli altri. In 1899, invece, per quanto le storie siano affini e i personaggi condividano lo stesso destino (nell’accezione meno fatalistica del termine) ognuno è in realtà solo e cerca in solitudine la propria via d’uscita, al massimo aggrappandosi a qualche compagno di viaggio per conservare la propria sanità mentale.

Entrambe le serie sono infatti dei labirinti che mostrano, però, che lo scopo non è trovare la via che porta verso l’uscita, ma la via che porta in profondità. Il viaggio attraverso lo spazio-tempo e i suoi paradossi, così come quello attraverso le molteplici realtà che possono essere create e abitate dal nostro cervello, conduce ad un’unica destinazione, che è, al contempo, un punto di partenza: noi stessi.

E la motivazione ultima della creazione dei mondi, in entrambi i casi, è potentissima nella sua estrema banalità: l’amore.  È l’amore di un uomo per suo figlio e suo nipote che accidentalmente porterà alla creazione di tutti mondi di Dark, così come è l’amore di una madre per suo figlio e di un marito per sua moglie che crea il mondo distopico di 1899.

Nonostante la perfezione delle teorie fisiche usate per scrivere Dark e lo studio magistrale del cervello e della creazione di diverse realtà, che emerge in 1899, sembra che ancora si faccia fatica a trovare un’origine – e un(a) fine – più originale dell’amore. Come le migliori tradizioni religiose, epiche e letterarie, anche la migliore fantascienza si piega a quello che sembra essere considerato non solo il motore del sole e delle altre stelle, ma anche il loro creatore.

Sic mundus creatus est.

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