The Bad Guy – il potere ri-generante della menzogna
Regia 4
Soggetto e sceneggiatura 4
Fotografia 3
Cast 3
Colonna sonora 3

Solamente quando saremo morti capiremo. Capiremo, con improvvisa meraviglia, la portata delle nostre azioni. Perché non vi sono coincidenze irragionate: ogni moto, ogni evento, ogni caso, tutto è connesso. Non è fortuita convergenza che la realtà simulata di The Bad Guy scelga di seguire una strada solo lievemente alternativa a quella effettivamente battuta dalla Storia. Non ..

Summary 3.4 bello

The Bad Guy – il potere ri-generante della menzogna

Solamente quando saremo morti capiremo. Capiremo, con improvvisa meraviglia, la portata delle nostre azioni. Perché non vi sono coincidenze irragionate: ogni moto, ogni evento, ogni caso, tutto è connesso.

Non è fortuita convergenza che la realtà simulata di The Bad Guy scelga di seguire una strada solo lievemente alternativa a quella effettivamente battuta dalla Storia. Non è un caso che serva morire, rinascere e alterare la verità per combattere la menzogna.

Nell’ucronia italica ricostruita nella serie nostrana distribuita da Amazon Prime Video il ponte sullo stretto di Messina, emblema della mendace promessa pubblica, simbolo di tutto ciò che non si realizza a causa del pericolo di infiltrazione mafiosa, è un dato di fatto. Un gigante già dritto in piedi a gridare che la realtà non deve per forza essere quella che conosciamo. Ma non si ha tempo di abituarsi all’Italia in cui le grandi opere si realizzano, funzionano, mentre la Mafia ne resta fuori. Il ponte crolla – richiamando tragicamente alla memoria le vicende del Ponte Morandi di Genova. Una negazione alla realtà appena simulata, un ritorno allo stato delle cose attuali.

Non si sta più fingendo, il crollo ci richiama alla realtà: qui e ora la guerra sanguinaria tra Stato e Mafia si sta ancora combattendo. La promessa pubblica non è stata mantenuta: Nino Scotellaro (Luigi Lo Cascio) deve morire per capire quale sia la verità che vale la pena ricostruire. Morire per tornare una seconda volta, senza più rinite né doppio mento, morire per sbarazzarsi dell’ingombrante toga da magistrato per scivolare più agilmente nella melma della criminalità organizzata. Nuovi connotati, nuova identità, nuova prospettiva per continuare a combattere la mafia, ma dall’interno. Scotellaro tradisce la sua immagine pubblica, annulla gli affetti privati, si sottrae al ruolo d’ufficio e alla sua funzione di Stato: sceglie di diventare il suo opposto, il boss mafioso Balduccio Remora. Quale sia l’identità definitiva, la realtà alla quale deciderà di aderire, quale la menzogna che vorrà smascherare, sono tutte questioni ancora da definire. Per denudare l’inganno, o vestirlo di nuove gaglioffe maschere, è necessario attendere il secondo capitolo.

The Bad Guy è un portento narrativo tortuoso, ma esageratamente subdolo e intrigante, tanto da rendere quasi insopportabile l’attesa della seconda stagione – fortunatamente già confermata.

Il suo personaggio principale – magistralmente interpretato (Lo Cascio) – sceglie la menzogna per vendicarsi, perché la verità non gli ha mai concesso nemmeno la parvenza di una vittoria. La verità non si dice mai: se si intende decapitare il mostro, meglio scendere a patti col Diavolo, imparare a mentire, a mascherarsi, prepararsi a perdere la faccia a propria volta.

Come un Edmond Dantes che invece di fingersi Conte di una rocciosa isola decide di diventare egli stesso il vigliacco corrotto che avrebbe voluto annientare, intrufolandosi nel quartier generale di Cosa Nostra, il parco acquatico “Wowterworld”, decadente monumento kitsch all’economia della mafia (di cui Colapesce e Dimartino hanno realizzato il jingle) dove orche assassine divorano i corpi davanti ai suoi occhi ormai insensibili.

La Giustizia si tramuta in ritorsione, rivincita, rappresaglia. Per sopravvivenza o per recondita pulsione. Un impulso generato da quell’assordante frana della menzogna filmica, il crollo del ponte sullo stretto che mai è stato realmente edificato.

The Bad Guy sostituisce alla fallace dissimulazione del reale il surreale, veicolando riso e sarcasmo, vivisezionando quell’orrore italico, in questo caso del tutto drammaticamente verosimile, che non riesce più a sorprenderci.

Stato e Mafia sembrano danzare imitandosi, inseguendosi, appropriandosi l’uno delle movenze dell’altra: i mafiosi possono redimersi, la giustizia è avida di vendetta. I criminali di The Bad Guy sono infantili, pigri, capricciosi e dissacrano la granitica sfrontatezza del gangster classico. La narrazione tradizionale della criminalità italiana è stravolta: si sceglie di prendersene gioco e di farne un perfetto bersaglio per la beffa. Luigi Lo Cascio, volto indissolubilmente legato al racconto cinematografico della mafia, a partire dal suo Peppino Impastato ne I Cento Passi di Marco Tullio Giordana, fino al pentito Salvatore Contorno ne Il Traditore di Marco Bellocchio, diviene qui volto mascherato di una battaglia dove bugia e verità non sono mai ai poli opposti. Questo approccio irreverente alla tradizione narrativa riesce tuttavia a non indebolire lo sguardo critico, sapendo cogliere con terribile puntualità le storture politiche e sociali del contesto criminale.

Il racconto inseguendo una verità che il suo stesso protagonista è pronto a offuscare può finalmente divincolarsi dai generi e dalle convenzioni narrative, per abbracciare un mondo, filmico e non, in cui il riso pur dicendoci le cose diverse da ciò che sono, come se mentisse, di fatto ci obbliga a guardarle meglio.

The Bad Guy ha un montaggio martellante e una fotografia psichedelica, policroma, pop. Non è difficile fiutare un citazionismo di evidente matrice new-hollywoodiana, sporcato abilmente con ritmi infuocati eredi del Guy Ritchie di inizio millennio (Lock & StockSnatch). Esagerazioni barocche, un’estetica sotto gli effetti di stupefacenti e una sceneggiatura che procede senza alleggerire nemmeno per un istante il piede sull’acceleratore.

Grottesco, disilluso, meravigliosamente fantasioso e spaventosamente reale, la serie ideata da Ludovica Rampoldi, Davide Serino, Giuseppe G. Stasi è una splendida creatura pulp-tarantiniana animata da ironia e ardore italico. Uno spettacolo rigenerante che passa d’esaltazione in disperazione godendo di una bipolarità quasi disconosciuta dalle produzioni del bel paese.

Un racconto sregolato e sarcastico che sembra suggerire di emanciparci dall’insana passione per la verità. Beffare la realtà potrebbe essere l’unico modo per sconfiggere la menzogna.

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