Bussa, prega (o) muori: Bussano alla porta.
Regia 5
Soggetto e sceneggiatura 4
Fotografia 5
Cast 4
Colonna sonora 4

Nell’ultimo suo romanzo, pubblicato a ottobre del 2020, Don De Lillo immagina l’apocalisse dietro il filtro di un black-out che paralizza la società americana durante la notte del Super-Bowl Sunday del 2022: cinque persone, di cui due superstiti di un volo accidentato proprio durante il fatto, rimangono confinate in un’appartamento di Manhattan. L’angoscia si traduce ..

Summary 4.4 favoloso

Bussa, prega (o) muori: Bussano alla porta.

Nell’ultimo suo romanzo, pubblicato a ottobre del 2020, Don De Lillo immagina l’apocalisse dietro il filtro di un black-out che paralizza la società americana durante la notte del Super-Bowl Sunday del 2022: cinque persone, di cui due superstiti di un volo accidentato proprio durante il fatto, rimangono confinate in un’appartamento di Manhattan. L’angoscia si traduce apoditticamente nel titolo: “Il Silenzio” è propagato ovviamente dallo schermo spento del televisore e dei principali device elettronici che ci hanno tenuti connessi (e narrati) durante la pandemia del Covid-19 (la copertina scelta è inequivocabile, come quella dell’altro grande romanzo di De Lillo uscito nel 1997, Underwold). “Prega e muori” dice uno dei personaggi in una delle lunghe elucubrazioni filosofiche che si dipanano lungo le poche pagine del romanzo. Da queste parole ci riallacciamo all’ultimo film di M. Night Shyamalan, non fosse altro che per l’eco del suo primo titolo in filmografia “Praying with anger” a creare questa assonanza religiosa tra il regista e il romanziere; di quest’ultimo abbiamo sentito parlare soprattutto per il recente e ambizioso adattamento di Rumore Bianco diretto da Noah Baumbach e distribuito direttamente su Netflix alla fine dell’anno scorso, di cui riparleremo. 

Bussano alla porta esce a neanche due anni di distanza da Old; diversamente da altri celebri film di Shyamalan anche questa volta il materiale di partenza proviene da un’altra fonte, un romanzo di genere di Paul Tremblay, pubblicato nel 2018 e dal titolo La casa alla fine del mondo che, nella sceneggiatura a sei mani firmata dal regista insieme a Michael Sherman e Steve Desmond, diventa Knock at the cabin. L’azione scenica scatenante del dramma, un vero e proprio kammerspiel, viene subito dichiarata, come lasciavano interpretare i due magistrali trailer rilasciati l’anno scorso, perfettamente calibrati nel presentare la premessa scatenante, attraverso la quale il regista devia dal romanzo di partenza per costruire un’opera perfettamente in linea con la sua filmografia.

Bussano alla porta è un home invasion ambientato tra le pareti di una baita sperduta tra i boschi della Pennsylvania. Eric e Andrew sono i padri della figlia adottiva Wen, tutti e tre in vacanza a godersi un tranquillo weekend in famiglia, cantando Boogie Shoes durante il tragitto in macchina come in La stanza del figlio di Moretti, finché quattro sconosciuti, capitanati dalla massa troneggiante del gigante Dave Bautista, non li confineranno prima tra le pareti di casa e poi alle sedie di legno, costringendoli a compiere una scelta cruciale: sacrificare un componente del nucleo famigliare o costringere l’umanità all’apocalisse. I quattro “odiabili” cavalieri dell’apocalisse provvederanno a impedire qualsiasi canale comunicativo, rendendo inagibili gli smartphone di Eric e Andrew. Diversamente dal romanzo di De Lillo, lo schermo piatto del televisore sarà l’unico device tecnologico acceso nel film, destinato a rendere le tre vittime partecipi, spettatrici e (fino a prova contraria) responsabili delle piaghe catastrofiche catturate dai notiziari trasmessi (o registrati?). Quindi e ancora “prega o muori” davanti alla realtà della catastrofe, riprendendo in prestito De Lillo per guidarci nella riflessione sulla messa in scena di una fede per le immagini. Lo spettatore (i due padri legati alle sedie nella baia come quelli in sala a vedere il film) è obbligato a compiere uno sforzo interpretativo immane, dalle (in)qualificabili sfumature morali ed etiche. Shyamalan riesce magistralmente a far scaturire di nuovo le sue ossessioni nel controllo della sua meccanica narrativa: con(tro) le parole declamate da Dave Bautista (un corpo gigante che bussa gentilmente prima sfondare la porta di casa) si affonda in un labirinto di psicologie, assenze e rimembranze, con la sofferenza degli sguardi a fare da termometro morale del verdetto finale, dopo una sanguinosa “parola ai giurati” (tra i titoli che hanno ispirato il regista). 

Come in ogni suo film, Shyamalan affonda la lama del suo sguardo nel cuore della contemporaneità, orchestrando una sua parabola e interpellandoci davanti a riflessioni filosofiche che ci riguardano in prima persona, in quanto spettatori in relazione con un mondo simulato da immagini. Guardando a Funny Games e, ancor più recentemente al Sacrificio del cervo sacro, Bussano alla porta è un film “isolato” nel suo genere, o i generi, perché oltre ad un essere un home invasion è un film apocalittico, ricongiungendo il regista nel territorio del sottovalutato The Happening, dove l’apocalisse e qualsiasi orizzonte di fine vengono filtrati dalla sua messa (religiosa) per immagini “dentro o fuori” dalla diegesi narrativa. Pur davanti alle prove della loro “esistenza” Andrew non vuole assumerle come reali per proteggere suo marito e sua figlia. La sua è una paranoia pronta a scovare l’intento omofonico nelle gesta dei quattro, mentre Eric intravede un senso nell’aleatorietà del caso, secondo quel concetto letterario di “antiparanoia”, per riprendere L’Arcobaleno della Gravità di un altro scrittore come Thomas Pynchon, per cui nel disegno d’insieme nulla è collegato, bisogna crederci, “religious if you want”, fine. 

Shyamalan gioca dentro i codici del genere, dissipandone gli elementi ricorrenti, stereotipati, detronizzando con piglio entomologico una linea di Möbius tra realtà e finzione, verità e menzogna, fede, fiducia e cinismo, ancora “preghiera o morte”, coincidenza o puro caso. Difficile isolare tutti questi elementi nella portata teorica di Bussano alla porta, dove la fiducia nei suoi meccanismi drammatici, quasi puramente di servizio come l’ormai più morbido bisogno di stupire con un plot-twist finale, dichiara un’intenzione maggiore, un ragionamento filosofico dato in tutta la sua sfuggente ambiguità di ciò che pensiamo di sapere sulla scala di quello che vediamo. L’orrore non si manifesta nella violenza trattenuta di un cane di paglia pronto a esplodere come Dustin Hoffman, sebbene e inevitabilmente “scorrerà del sangue” nonostante i tentativi goffi di questi quattro profeti, guidati da varie parti dell’America per una visione che potrebbe essere simile a quella di Incontri ravvicinati del terzo tipo, spingendoli ad essere insieme carnefici, curatori e vittime senza soluzione di continuità, grado e classe sociale. 

A pochi mesi da un altro film che ci invitava a compiere un atto di fede immaginifico in un mondo irreale,  quel “ti fidi di me?” pronunciato da Lo’ak al Tulkun degli oceani di Avatar La via dell’acqua, Shyamalan ribalta l’asse della bilancia del cinema spettacolare odierno, interpellando la consapevolezza dello spettatore ad essere responsabile del suo sguardo, di un mondo atrofizzato dal rintocco virtuale dell’allarme ecologico. La direzione degli sguardi data dalla mai casuale angolazione dei piani, delle lenti “schiaccianti” nel drammatico e già iconico prologo tra Bautista e la piccole Wen, la fotografia di Jarin Blaschke e Lowell A.  Meyer, il primo noto per The Lighthouse di Robert Eggers mentre il secondo già collaboratore per la serie in corso Servant, i quali si sono serviti di “vecchie” lenti degli anni cinquanta e novanta per restituire il cromatismo avvenente dello scenario bucolico, con i raggi di sole cangianti dentro le superfici legnose e linde di un sipario pronto a macchiarsi di eroismo, fino all’enorme consapevolezza con cui Shyamalan riplasma l’iconografia del corpo di Dave Bautista, con la sua ormai magistrale mole drammatica per cui è consigliabile tenersi lontani dal doppiaggio italiano (quello sì non meritevole di alcuna fede). Se nel suo adattamento di Rumore Bianco Baumbach rilancia l’assunto delilliano secondo cui “la famiglia è la culla della disinformazione globale”, nelle prove a cui sono sottoposti i genitori di Wen emerge come nel cinema di Shyamalan (fino alla cruciale esperienza televisiva della già menzionata Servant) la famiglia è il continuo terreno di una battaglia, dove si negozia una credenza contro cui indagare le aporie ideologiche, politiche, sociali e civili dell’America contemporanea, nel caso di Bussano alla porta quella delle eco-chambers, delle fake-news, di QAnon, della paura post-pandemia, della “morte della verità” teorizzata dalla critica americana Michiko Katukani. Ennesima tappa di un regista pienamente rinato dentro l’industria hollywoodiana, eppure perfettamente apolide nel proseguimento coerente della sua carriera, questo titolo ripropone con coerenza il suo pensiero cinematografico, tra i più biblici ed esoterici indagati sottoforma di intrattenimento “popolare”, per cui ogni sua nuova “follia” è una continua e necessaria ascesa nel cuore di tenebra del mondo, una sua beffarda assoluzione, una preghiera tra il silenzio e una strofa di Boogie Shoes

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