The Case: l’umanità della battaglia per i diritti

The Case: l’umanità della battaglia per i diritti

Svegliarsi la mattina, sciacquarsi la faccia, fare colazione e uscire di casa per manifestare a sostegno di diritti e libertà calpestate è un atto politico. Arrestare un giovane che cammina con un cartello troppo più grande del suo zaino verso il parco in cui si sta tenendo una manifestazione, circa 38 secondi dopo la sua uscita dalla metropolitana, è un atto altrettanto politico. La battaglia dell’avvocata Maria Eismont per determinare la legittimità e la giustizia del primo di questi due atti politici in un contesto nel quale la repressione delle manifestazioni non autorizzate – pur se pacifiche – è giustificata dalla legge in nome di una quiete pubblica che nessuno disturba, è la storia raccontata in The Case.

The Case: destini uniti dalla ricerca della libertà

La regista Nina Guseva ha scelto come evento scatenante del suo primo lungometraggio l’arresto di Konstantin Kotov, avvenuto durante le proteste di Mosca del 2019 volte a sottolineare le irregolarità che si stavano verificando nello svolgimento delle elezioni. L’arresto del giovane attivista avviene sulla base dell’articolo 212.1 del Codice Penale della Federazione Russa – il cosiddetto articolo Dadin – che rende punibile penalmente, e non più solo a livello amministrativo, la reiterata partecipazione a manifestazioni non organizzate. È con questo arresto che ha inizio anche il viaggio della protagonista di The Case, Maria Eismont, alla ricerca della verità e della libertà per il suo assistito. Si tratta di un viaggio a dir poco complesso: Konstantin Kotov viene dapprima condannato a quattro anni di reclusione, poi ridotti solo grazie al duro lavoro di Eismont, della squadra di avvocati e avvocate da lei messa in piedi e – non meno importante – di coloro che non hanno mai smesso di parlare del caso, mantenendolo sempre attuale e rendendo celebri il nome e il volto di Kotov tra l’opinione pubblica.

The Case mette in atto un racconto lineare di un contesto politico, sociale e culturale nel quale anche la linearità della legge viene aggirata per seguire le regole di un sistema ormai inquinato, ed è la rappresentazione di quanto il cinema del reale intercetti delle necessità che precedono le storie raccontate. Nina Guseva ha proposto a Maria Eismont – già giornalista prima di diventare avvocata – di seguirla con la sua telecamera quando le proteste di Mosca non erano ancora cominciate, e trovandosi quindi già pronta al momento dell’arresto di Kotov. Da questo momento in poi la narrazione procede mese dopo mese, tentativo di liberazione dopo tentativo di liberazione. Grazie al montaggio del girato proveniente dalle manifestazioni, alle musiche, alle scene della lotta tranquilla ma costante di Maria, The Case mantiene per tutta la sua durata una tensione che cresce, diminuisce, ma non crolla mai del tutto. Una tensione che si potrebbe definire quasi quotidiana, come quella di chi si abitua a vivere in un contesto nel quale le proprie scelte di libertà possono scontrarsi con una resistenza pronta a chiudere quella libertà in una gabbia.

L’umanità di chi lotta

Maria percorre una strada tortuosa, e passo dopo passo si scontra con – appunto – la resistenza delle forze dell’ordine alle sue legittime richieste e con le storture di un sistema giudiziario corrotto, senza mai perdere di vista un obiettivo che è ben più ampio della ricerca della vittoria al processo. Konstantin è colui che viene preso per educarli tutti, e Maria è colei che ricorda a tutti che lui non è solo, rendendo contemporaneamente mai soli tutti coloro che si battono come lui. In un contesto nel quale “I cittadini della Federazione Russa hanno il diritto di riunirsi pacificamente senza armi, di tenere riunioni, raduni, manifestazioni e picchetti”, tutelare questo diritto sembra una lotta contro un avversario invisibile eppure troppo più potente. Una lotta portata avanti da persone come Maria che, lungi dall’essere rappresentata come una figura eroica, viene raccontata in tutta la sua umanità. La vediamo all’opera su plichi e plichi di carte del processo, durante i colloqui con i testimoni, in aula mentre fa la sua arringa, ma la vediamo anche alla ricerca delle candeline da mettere sulla torta di compleanno di suo figlio, in viaggio in treno, alla sua festa circondata dalla famiglia e da chi le vuole bene. E la capacità di The Case di portare sullo schermo il dualismo di una professionista che è prima di tutto una persona, è una potente scelta narrativa in grado di ricordare allo spettatore che a impegnarsi nella lotta quotidiana per i diritti non sono supereroi con il mantello, ma cittadini e cittadine che si battono perché tutti possiamo vivere in un sistema che ci tuteli in quanto esseri umani e cittadini.

E una volta chiuso un cerchio se ne apre subito un altro, perché la fine della battaglia di Maria Eismont per la libertà di Konstantin non è di certo la fine della guerra né per l’una, né per l’altro. Siamo di nuovo lì, con un blocchetto pieno di nomi di persone da punire e tutelare, di nuovo in attesa con la ferma gentilezza di sempre e la caparbietà di chi non si arrende di fronte alle porte in faccia. Il percorso è ancora lungo, di nuovo. Ci si scontrerà con quel gigante nemico invisibile che è lo Stato, di nuovo. Ma finché ci sarà la consapevolezza di non essere soli in questo tanto arduo quanto necessario cammino, non sarà finita.

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