La caduta della casa degli Usher
Regia 4
Soggetto e sceneggiatura 3
Fotografia 3
Cast 4
Colonna sonora 3

Cosa è successo ai sei figli di Roderick Usher morti uno di seguito all’altro nell’arco di due settimane? È la domanda che fa da perno a tutta la serie Netflix La caduta della casa degli Usher diretta da Mike Flanagan (alla sua quinta e ultima serie televisiva per la piattaforma californiana) e Michael Fimognari. Tratta ..

Summary 3.4 bello

La caduta della casa degli Usher

Cosa è successo ai sei figli di Roderick Usher morti uno di seguito all’altro nell’arco di due settimane? È la domanda che fa da perno a tutta la serie Netflix La caduta della casa degli Usher diretta da Mike Flanagan (alla sua quinta e ultima serie televisiva per la piattaforma californiana) e Michael Fimognari.

Tratta dalle opere di Edgar Allan Poe (ogni episodio è infatti intitolato e ispirato a un racconto o poesia del maestro della letteratura dell’orrore), la serie si basa sulla confessione dei crimini commessi dal magnate dell’industria farmaceutica Roderick Usher (Bruce Greenwood) al detective Auguste Dupin (Carl Lumbly), che per tutta la sua carriera ha sempre vanamente cercato di incastrare la famiglia la cui ricchezza nasce dalla produzione di un oppiaceo – il Ligodone – che conduce i consumatori alla dipendenza fino a conseguenze letali.

La confessione avviene nella vecchia e ormai fatiscente casa in cui Roderick è cresciuto insieme alla madre e alla sorella Madeline, un ritorno all’origine perché è da una colpa (o peccato) originale che si spiega ciò che è avvenuto alla famiglia e cosa c’è dietro la morte dei sei figli, il tutto legato a una donna misteriosa, Verna (Carla Gugino), che è la chiave di tutto.

La serie, attraverso vari flashback e flashforward, copre un arco di tempo che va dagli anni ’60 ai giorni nostri – concentrandosi principalmente nella nostra epoca – e risulta un mix in salsa horror tra Succession (Hbo) e il documentario Tutta la bellezza e il dolore (2022) di Laura Poitras – incentrato sulla battaglia della fotografa Nan Goldin contro la famiglia Sackler, proprietaria della casa farmaceutica Purdue Pharma, ritenuta responsabile dell’epidemia di oppioidi negli USA – con puntate costruite per arrivare alla scena finale dell’omicidio, richiamando anche i film dei nostri Mario Bava e Dario Argento dove il clou era proprio la realizzazione, la messa scena e l’estetica dell’omicidio stesso, e inserite in una struttura narrativa dove la caduta è scientemente rimandata permettendoci di gustarle di volta in volta come Roderick Usher fa con il suo bicchiere di whisky mentre narra i fatti.

Come in Succession Logan Roy (Brian Cox) orchestra tutte le sue azioni in nome dei soldi, così fanno Roderick Usher e la sorella Madeline, accettando un accordo in cambio di una immediata ricchezza e dell’impossibilità di essere accusati di alcunché, un accordo per cui i figli sono vittime dell’egoismo e delle colpe di una generazione convinta di non dover mai pagare il conto, fautori di una società ultracapitalista in cui hanno cresciuto e formato i loro figli dove i potenti la fanno sempre franca.

Così come i figli di Logan Roy sono impegnati a cercare di soddisfare il padre/padrone, allo stesso modo ci provano i figli Usher senza però in verità fare davvero qualcosa di concreto: «alla fine i fratelli Usher non fanno niente» dice una di loro – Camille (Kate Siegel) – ma a differenza dei figli di Logan Roy, morto improvvisamente nel pieno della sua attività e senza rimorso lasciando un vuoto dentro di loro, i discendenti Usher hanno la possibilità di accusare il padre apparendogli, tramite visioni, da morti costringendolo a raccontare ciò che ha fatto prima che l’inevitabile arrivi anche per lui.

Con questo ultimo lavoro (che vanta complessivamente cinque serie e due film), si chiude dunque l’esperienza di Mike Flanagan con Netflix – già infatti annunciato il suo passaggio a Prime Video – e si chiude con una serie amara, interpretata da un cast di “fedelissimi” del regista più qualche aggiunta, segnata da una convinzione di fondo per cui in un’epoca contrassegnata da un capitalismo estremo in cui i potenti hanno sempre la meglio solo un ente soprannaturale può chiedere loro il conto, solo la Morte, che può arrivare in maniera dolce o traumatica, è al di sopra di loro e può porre fine al loro dominio perché l’uomo pur provandoci, animato da buoni valori e con i mezzi a disposizione, non ci riesce.

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