Jackie, ‘la donna che visse due volte’ di Larraìn
Regia 5
Soggetto e sceneggiatura 4
Fotografia 4
Cast 5
Colonna sonora 5

“Un bel modo di iniziare la sua presidenza?”, queste le parole che rivolge Jackie al presidente Johnson in modo spiazzante durante il corteo funebre di suo marito. Morto uno ne subentreranno altri, “ci saranno nuovi presidenti, ma non ci sarà un’altra Camelot”. Larraìn ci racconta ancora il peso della storia, il crepuscolo di un’epoca e ..

Summary 4.6 favoloso

Jackie, ‘la donna che visse due volte’ di Larraìn

“Un bel modo di iniziare la sua presidenza?”, queste le parole che rivolge Jackie al presidente Johnson in modo spiazzante durante il corteo funebre di suo marito. Morto uno ne subentreranno altri, “ci saranno nuovi presidenti, ma non ci sarà un’altra Camelot”.

Larraìn ci racconta ancora il peso della storia, il crepuscolo di un’epoca e l’inizio di una nuova. Come il Golpe di Pinochet in “Post Mortem” visto dagli occhi di Mario Cornejo, funzionario (“pubblico?”) che si ritrova a dover dattilografare l’autopsia del suo presidente, anche lui, come Jack Kennedy, con il cervello in frantumi. O come il plebiscito di “No”, dove Gabriel Garcia Bernal lottava sul come giocarsi bene le carte nel servizio televisivo che avrebbe dovuto convincere la gente a chiudere con un’epoca e, ancora, a iniziarne un’altra.

Il filtro della solitudine viene usato da Larraìn per raccontare ancora una volta le vicende di piccoli uomini che si ritrovano a sopportare il peso della storia giocato dai grandi uomini che la scrivono, di cui sono artefici e vittime. Non fraintendetemi, Kennedy fu un grande uomo, anch’egli schiacciato da gente ancora più in alto, ma non mi sembra il caso, per il film in questione, di addentrarci in riflessioni complottistiche. Questa volta lo sguardo si focalizza su Jackie, moglie del deceduto presidente, smarrita e vagante come un fantasma tra i corridoi, gli oggetti e le memorie di una enorme casa, ormai estranea, come se qualcuno stesse voltando l’ultima pagina di un libro. E quando non la seguiamo più tra le pareti di casa ma la vediamo in pubblico, Larraìn la scruta di nascosto, si avvicina al suo volto con drammatici primi piani dal basso per rivelarne il dolore oscurato dal velo nero, o quando essa è davanti alla folla si ricorre ad un formato amatoriale (e quasi documentaristico) che fa rieccheggiare il clima di paranoia dei pochi famosi secondi del film di Zapruder. La dimensione privata e quella pubblica si vanno a scontrare irreversibilmente.

In un’epoca, quella degli anni ‘60, i primi anni dalla nascita del Tubo, e quindi della rottura delle quattro pareti (e della quarta) che fa entrare per la prima volta il popolo americano dentro la residenza dei presidenti americani, risulta emblematica la scelta del regista di riflettere ancora una volta sulla dicotomia pubblico e privato, di come il primo inglobi ormai totalmente l’altro (se pensiamo poi ai giorni odierni). Nel momento in cui la figura della nostra Jackie crolla nel dolore, il suo Io si stratifica come si stratifica la narrazione del film in molteplici ellissi mai fini a se stesse (merito della precisa sceneggiatura di Noah Oppenheim). Ne comprendiamo (non sempre) i dolori, i tradimenti, il peso politico della sua immagine e delle sue molteplici contraddizioni e ambiguità, e del peso della politica su di essa, sia nel privato con il marito non sempre fedelissimo “ma che tornava sempre dalla sua amatissima famiglia” sia nel pubblico, nel momento decisivo che fece da spartiacque per il corso degli eventi, quel fatidico 22 novembre 1963, in cui sul suo bel tailleur rosa Chanel vide il sangue della storia.

Nelle sue mirabolanti ellissi temporali che ci portano avanti e indietro agli eventi, rompendo la linearità del racconto come per ribaltare il rapporto causa-effetto in effetto-causa e ancora effetto, il film si può scandire in due scene che sono la stessa: l’attentato a Dallas di Jack Kennedy; ma prima di essere scene, sono ricordi di Jackie, e quindi Larraìn lì fa emergere in due maniere diverse, in base a due confessioni: quella con il giornalista a distanza di una settimana dalla morte e poi quella con il prete, prima del funerale.

Alla domanda “Che suono fece il proiettile?” il regista risponde con un improvviso raccordo sonoro che fa riemergere in modo traumatico l’evento nella mente di Jackie, e di noi. E alle domande che precedono, e poi seguono, la first-lady è preoccupata dell’immagine che rimarrà di suo marito, di quella canzone che lui ascoltava sempre, di quel regno di Camelot che insieme cercarono di costruire, nonostante le difficoltà impostagli dal fato, perché “alla gente piace credere nella favole” e i personaggi “di cui leggiamo sui libri finiscono per essere più reali delle persone che ci stanno vicino”.

Di simbolica importanza invece la confessione con il prete dove emerge tutta la desolazione della nostra protagonista davanti al silenzio di Dio: un Dio che potrebbe essere stato in quel proiettile, un Dio che toglie il padre ai propri figli e un Dio che fa false promesse. Qui non viene posta nessuna domanda, è Jackie che evoca il ricordo, meno netto, meno violento, ma più disperato (con più dettagli). Si pone domande sul suo marito e giunge all’ipotesi che nel mondo esistano due tipi di donne: le donne che cercano il potere nel mondo e quelle che lo cercano nel letto. Jackie per cosa è stata scelta? Neanche il prete sembra saperlo, convinto di una cosa, che l’oscurità ci sarà sempre e che verrà un momento nella ricerca della verità in cui ci si rende conto che non ci sono risposte.

In questo limbo in cui si ritrova la nostra emblematica First Lady risiede tutto il fascino di questo enigmatico film, un dialogo aperto fra esseri umani dove rieccheggia una continua atmosfera da fiaba classica. Fiabesca è la maestosa fotografia di Stéphane Fontaine (rompendo così il sodalizio con Armstrong nella precedente produzione cilena) e la scelta di voler girare in 16 mm per rievocare una certa pastosità e definizione dei colori di un tempo, come è anche fiabesca la colonna sonora di Mica Levi che si incupisce (già dai primi secondi del film) in precipitose distorsioni elettroniche, che ci ricordano di stare davanti ad un film di Larraìn, un artista libero che alla sua prima produzione statunitense dimostra ancora di conoscere il cinema classico per scardinarlo perché perfettamente calato nella contemporaneità (il coetaneo Neruda ne è un esempio evidente per quanto riguarda il noir).

Vincitore a Venezia l’anno scorso del premio Osella per la sceneggiatura, il film ha inoltre ricevuto tre candidature agli Oscar 2017, cosa che gli fa onore, perché è un biopic complesso, forse pesante e non per tutti per il suo ritmo spesso frammentato e fuori dagli schemi, molto dialogato ma profondamente e ineguagliabilmente cinematografico in ogni inquadratura, gesto e movimento di macchina che rievocano un’epoca tra il disincanto del ricordo di una fiaba mai conclusasi e l’incanto di una terribile verità che muove le vite delle persone.

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