Titane di Julia Ducournau
Regia 4
Soggetto e sceneggiatura 3
Fotografia 3
Cast 4
Colonna sonora 4

Titanio. Elemento chimico di transizione. Riluttante al deterioramento. Resistente all’azione corrosiva. Ostile all’influenza degli agenti atmosferici. Per le sue qualità di sopportazione viene scelto per le costruzioni aereonautiche, impiegato nell’industria chimica, perfetto in chirurgia come materiale impiantabile. Che sia stata quella placca di titanio penetratale nel cranio a seguito di un intervento chirurgico a renderla ..

Summary 3.6 bello

Titane di Julia Ducournau

Titanio. Elemento chimico di transizione. Riluttante al deterioramento. Resistente all’azione corrosiva. Ostile all’influenza degli agenti atmosferici. Per le sue qualità di sopportazione viene scelto per le costruzioni aereonautiche, impiegato nell’industria chimica, perfetto in chirurgia come materiale impiantabile.

Che sia stata quella placca di titanio penetratale nel cranio a seguito di un intervento chirurgico a renderla un incorruttibile fertile rifugio per la metamorfosi, nido generatore di trasfigurazione, non è del tutto vero. Probabilmente l’indole indomita, le attrazioni inconfessabili, la fioca attitudine all’uso della parole, il macchinico desiderio di trovare immediata soddisfazione alle sollecitazioni pulsionali, come un motore assetato di carburante attende la combustione, ecco questo lei, Alexia, già lo aveva in sé. La lastra di titanio sopra l’orecchio destro deve solo averle offerto l’occasione di lasciare la sua essenza libera di alterarsi. Danneggiarsi. Conciliarsi con le dolorose tensioni da cui era precedentemente percorsa.

Titane, il lungometraggio della regista francese Julia Ducournau vincitore della Palma d’oro al 74º Festival di Cannes,è un film divisivo. E lo è perché provoca disagio.

Alexia. A-lexia. L’alfa che scioglie dalle catene delle prescrizioni. È lei (Agathe Rousselle) ad avere una placca di titanio conficcata nel cranio sin da bambina, a causa di un incidente d’auto. Ora divenuta adulta balla sulle automobili, sotto gli occhi eccitati di uomini sconosciuti, dentro un piano sequenza ipnotico, pazzesco, che ricorda la straordinaria scena della sudatissima vischiosa festa di Raw, il primo lungometraggio cannibale di Ducournau.

Titane in quella scena potrebbe sembrare quasi un musical, ma inverte la sua rotta per trasformarsi in una storia di feticismi e possessioni, quando il nostro personaggio disancorato da obblighi di legge, fa sesso selvaggio con un’automobile, turbando irrimediabilmente i pensieri dei Nanni Moretti in sala. Ma Alexia è assai attratta anche dal ribollire del sangue, oltre che dalla sensuale ferraglia provvista di motore, e così uccide con un appuntito fermaglio per capelli (di metallo ovviamente) chiunque le si avvicini troppo. Costretta a fuggire dovrà dissimulare la sua femminilità per far perdere le sue tracce. Assume così l’identità di un ragazzo, Adrien, figlio scomparso di un comandante dei pompieri (un Vincent Lindon gigantesco in svariati sensi). 

Non si procede logicamente. Non si corre verso un finale chiarificatore. Non si affolla l’animo dello spettatore con morale e sentimento. Ed ecco perché non dovrebbe affatto “funzionare” un film come Titane. Così come la sua protagonista non dovrebbe essere incinta di una macchina e perdere olio motore dai seni. Il ritmo narrativo non dovrebbe placarsi nella seconda metà del film dopo essersi dimenato follemente tra violenza, schifo, sesso e discorsi sull’identità di genere. Ma Titane è mutevole tanto nelle struttura formale-narrativa quanto nelle personalità che impone alla telecamera.

Il film di Ducournau è l’incontro di più mondi. Una virilità strafatta di steroidi, sofferente, ipertrofica, un femmineo iper-sessualizzato, omicida, silente, e un universo metallico gravido, erotico, incrollabile. Sembra non poterci essere alcuna logica connessione tra questi mondi, ma nessuna di queste realtà è impermeabile. I corpi, le soggettività, persino i metalli sono penetrabili, ri-definibili. Sono le relazioni a precisare ciò che scegliamo di essere e di significare gli uni per gli altri. Titane non intende dimostrare nulla: la fluidità è la sua unica materia. Non c’è confine che non possa essere valicato tra organico e inorganico, tra carne e metallo, tra il rosso del sangue e il grigiore del gasolio, e procedendo di questo passo possiamo facilmente comprendere cosa possiamo farcene di concetti come “maschio” o “femmina”.

In Titane ci sono momenti di tenerezza profonda, sincera, disarmante, molto più sconcertanti di un amplesso consumato con un ammasso di ferro e combustibile. C’è il miglior utilizzo possibile della Macarena. Ci sono, ben riconoscibili, i riferimenti a Crash di Cronenberg e Tetsuo di Tsukamoto, ma ci sono anche espressioni narrative nuove, che non temono lividi o cicatrici pur di condurre lo sguardo oltre la linea dell’orizzonte ordinariamente individuata. Nessuna preoccupazione per i concetti di “verosimile” o “ragionevole”. Nessuna attenzione per le aspettative.

Alexia e Vincent, la macchina e l’uomo, la donna sessualmente desiderata ma mai amata e la virilità ostentata, sofferta la cui paternità è stata rifiutata, sono alla disperata ricerca di una connessione, legame che troveranno solo se sapranno accettare una verità discontinua, in costante ri-definizione.

Perché lo sguardo di padre costituisce una rivoluzione in potenza. I padri possono indurre le figlie a prendere coscienza di avere un’esistenza propria, al di fuori del mercato della seduzione, di essere capaci di resistenza, forza, iniziativa. E possono indicare ai figli che la tradizione maschile è una trappola, una severa gabbia per le emozioni al servizio dell’esercito e dello Stato. Perché la virilità tradizionale è un’impresa mutilatrice tanto delle potenzialità femminili quanto della natura maschile. Il capitalismo è una religione democratica nella misura in cui ci sottomette tutti, e porta ciascuno a sentirsi in trappola a causa della propria natura.

Julia Ducournau rifiuta di farsi incasellare in qualsiasi etichetta, e lo fa accollandosele tutte, le etichette, regista fieramente di genere anche contorcendosi pericolosamente pur di non restare impigliata nella rete di alcun genere.

Titane è una narrazione cinematografica che espropria gli istinti omicidi al patriarcato, sovverte gli equilibri della violenza, celebrando la mutabilità dei corpi e la fluidità degli istinti.

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