Dune

Dune

I sogni sono messaggi dal profondo

Dune, l’ultima fatica di Denis Villeneuve si apre con la voce di Chani (Zendaya) che racconta quanto è bello il suo pianeta, Arrakis, “quando il sole è basso e a volute, sopra la sabbia, si vede la spezia nell’aria“. Questa immagine di bellezza è però subito sostituita dalla visione dello sfruttamento, con gli Harkonnen – una società fascista votata al consumo ad ogni costo – che saccheggia Arrakis per estrarre la “spezia”, un potente allucinogeno sacro ai Fremen, gli indigeni del pianeta, per le sue proprietà e fondamentale per l’imperium perché, superando lo spazio e il tempo, permette di muoversi nella gilda spaziale.

Dune, quindi, percorre e osserva le conseguenze devastanti del colonialismo e del capitalismo sul nostro ambiente, sul nostro modo di vivere, mentre segue la storia di un ragazzo in lotta con sé stesso per trovare la sua identità e il suo posto nell’universo. La lotta di Paul, il protagonista, (interpretato da Timothée Chalamet) è la lotta di ogni essere umano che cerca di diventare sé stesso. La ricerca del suo io avviene sullo sfondo di un disastro ecologico e di contrasti familiari, sotto il peso angosciante delle aspettative sociali. Ma la riluttanza di Paul ad entrare nel ruolo del prescelto, del messia, che gli viene pian piano cucito intorno, non è il classico dubitare di sé stessi, ma è il terrore di chi si rende conto che è destinato ad iniziare una guerra sacra. Essere l’eroe della storia non è mai sembrato meno appetibile. Il disagio rispetto alla figura del prescelto è costantemente percepibile, dalle cerimonie in stile riefensthaliano alla scoperta di Paul di essere un prodotto dell’eugenetica.

Così come il libro di Herbert si allontanava dai canoni della fantascienza del suo tempo, superando il discorso della presa di coscienza delle macchine – molto caro invece ad autori come Dick, che lo stesso Villeneuve ha portato al cinema con Blade Runner 2049 – in un film di fantascienza ambientato nel terzo millennio ad essere sotto i riflettori è l’umanità, con il suo caleidoscopio di esperienze e vissuti. Il tema centrale è l’introspezione di un ragazzo, il suo conflitto con la madre, la scoperta di essere stato programmato contro le regole sociali, l’idea di essere un mostro. Ma è anche la storia di un bellissimo rapporto tra padre e figlio, con un genitore (interpretato da un ottimo Oscar Isaac) che comprende lo smarrimento del figlio e lo incita a trovare la sua strada, ricordandogli che qualunque scelta farà, sarà comunque quello che voleva che fosse: suo figlio.

Dune esamina non solo luci e ombre dell’umanità, ma anche i suoi limiti e il superamento di questi limiti. Gli esseri umani di Dune hanno superato molti limiti fisici e mentali dell’umanità, arrivando, come nel caso delle Bene Gesserit, a modulare la propria voce su delle tonalità che consentono la manipolazione degli altri. Una storia di limiti e di come dominarli esplicitata attraverso la litania contro la paura ripetuta da Lady Jessica (Rebecca Ferguson), madre del protagonista e membro dell’ordine : “Non devo avere paura. La paura uccide la mente. La paura è la piccola morte che porta con sé l’annullamento totale. Guarderò in faccia la mia paura. Permetterò che mi calpesti e che mi attraversi. E quando sarà passata, aprirò il mio occhio interiore e ne scruterò il percorso. Là dove andrà la paura non ci sarà più nulla. Soltanto io ci sarò. “

Le figure femminili in Dune sono rappresentate principalmente proprio dalle Bene Gesserit, donne che hanno diretto la politica dell’impero nell’ombra e per anni hanno incrociato le linee di sangue per generare un eletto, una mente capace di superare spazio e tempo e che le accompagni in un futuro migliore. La figura più esemplare è sicuramente Lady Jessica, costantemente combattuta tra il suo ruolo di madre, votata alla difesa del figlio, e la sua posizione all’interno dell’ordine, che la porta fino al rischio estremo di perdere suo figlio. Paul può essere l’eletto come può non esserlo e un altro tema cruciale è proprio la creazione di una leggenda per fini politici, l’importanza fondamentale di creare superstizioni per controllare e dirigere l’opinione pubblica che vede “quello che gli è stato detto di vedere”.

La grandezza di Dune sta, a mio avviso, soprattutto nella bellezza delle immagini, nel loro valore artistico, quasi pittorico. È evidente il richiamo alle immagini sacre di mantegnana memoria, ma è evidente anche la cifra stilistica di Villeneuve con la sua predilezione visiva dell’ambiente rispetto ai personaggi. I campi larghi, le inquadrature impeccabili e le infinite distese di sabbia mi hanno ricordato le immense astronavi di Arrival e la piccolezza dell’essere umano rispetto alla maestosità e alla forza dell’ambiente circostante.

Dune è un film che parla di tutto, parla di noi, del futuro e del passato, ma soprattutto come ha detto lo stesso Villeneuve “è un film sul fato, sul destino. Il senso è che noi umani dobbiamo essere all’altezza del nostro destino per poter cambiare il mondo. Per me ha molta importanza e di conseguenza il film è una chiamata alle armi per noi”.  

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