DRIVE MY CAR
Regia 4
Soggetto e sceneggiatura 4
Fotografia 4
Cast 3
Colonna sonora 2

Drive my car di Ryusuke Hamaguchi è un’esperienza fortificante che, nonostante duri tre ore, non risulta eccessiva nel suo tempo di esecuzione perché i rapporti umani richiedono tempo per essere compresi. Così come nel film ogni dinamica richiede il giusto tempo narrativo per esplodere nel piacere della tragica accettazione.Ed è questo che ho amato del ..

Summary 3.4 bello

DRIVE MY CAR

Drive my car di Ryusuke Hamaguchi è un’esperienza fortificante che, nonostante duri tre ore, non risulta eccessiva nel suo tempo di esecuzione perché i rapporti umani richiedono tempo per essere compresi. Così come nel film ogni dinamica richiede il giusto tempo narrativo per esplodere nel piacere della tragica accettazione.
Ed è questo che ho amato del film: la sensazione di liberazione che deriva dall’accettare la vita per come è, senza notare in ogni azione qualcosa di contraddittorio.

Hamaguchi dà vita ad alcuni dei racconti della raccolta Uomini senza donne dello scrittore giapponese Haruki Murakami: Drive my car e Shahrazàd.
Drive my car è una storia intrisa di riferimenti letterari e artistici. Da Murakami all’opera teatrale di Čechov, lo zio Vanja. L’arte, d’altronde, è ciò che unisce gli sposi Kafuku (Hidetoshi Nishijima) e Oto (Reika Kirishima), introdotti nel lungo prologo di quarantuno minuti. Sono due artisti di successo che lavorano nell’ambito teatrale: Kafuku è un regista, lo si vede impegnato, in un primo momento, con la messa in scena di Aspettando Godot di Beckett, mentre Oto è una sceneggiatrice. L’arte è il il fil rouge che li unisce.

Il loro processo creativo nasce durante il sesso, quando Oto, un personaggio carico di erotismo, si figura nella propria mente le storie che recita al marito, aspettando che lui gliele ricordi il giorno seguente. La realtà, però, non è questa, ma un’altra nascosta sotto dei pesanti silenzi: si tratta di un rapporto sofferente, in cui la mancanza di comunicazione è evidente. La morte della figlia, ormai vent’anni prima, ha sancito il declino del sogno d’amore. Ciò che rimane è un legame profondo, si tratta di un amore maturo e intellettuale, tutto sommato soddisfacente. C’è anche un’intesa sessuale, il cui piacere deriva, però, proprio dai racconti che Oto cita per raggiungere l’orgasmo. Si percepisce la solidità di un grande amore che ormai appare compromesso dalle difficoltà che la vita ha riservato loro.
L’ultima, quella della morte improvvisa di Oto, porta Kafuku fuori strada.

Kafuku è uno dei “perduti”, così mi piace definire coloro che, ad un certo punto, si scontrano con un dolore ingiusto che li portano fuori strada. E una volta ritornati sulla via, perché lì bisogna tornare, si deve ripartire, ma con la consapevolezza che non si potrà più essere come prima. Questo disorienta, ma è anche il bello di ritrovarsi. Sono quelle persone che possono trovare una connessione profonda con altre grazie all’empatia che si nutre nei rispettivi confronti e dolori.
Drive my car è un dramma contemplativo dei rapporti umani. E’ intimo e commovente, incentrato sui legami che si creano a partire dalla condivisione di esperienze di amore, di dolore e di perdono.

Kafuku è perduto dopo la morta di Oto. Eppure lei, nonostante tutto, è sempre con lui nei suoi viaggi in auto, nelle registrazioni del copione dello spettacolo “lo zio Vanja” che, a due anni dal lutto, Kafuku deve portare in scena a Hiroshima. L’arte, in quel periodo della sua vita, è l’unica cosa che riesce a gestire. Di fatto, non è in grado di dirigere sé stesso ed elaborare le emozioni che trattiene dentro di sé. Sono delle emozioni di amore, quello che non è mai sparito per Oto. Ma anche di delusione e lutto, insieme a quel rimorso per non aver potuto ascoltare cosa Oto volesse dirgli la sera in cui è morta. Ogni conversazione, anche le registrazioni che il regista ascolta in auto, non sono casuali e portano con sé vari scopi. Non è casuale che Kafuku nella prima scena stia recitando proprio Aspettando Godot, perché noi lo sappiamo che Godot non arriva mai impegnando Vladimir ed Estragon in discorsi frivoli e superficiali. Il loro rapporto, infatti, è contrassegnato dal tedio e dalla monotonia che aumentano all’avanzare del tempo mentre attendono quell’arrivo. Anche Oto e Kafuku, nonostante si amassero realmente, attendono qualcosa, forse che qualcuno parli, che riveli i propri segreti, e che quel silenzio così pesante sparisca. Eppure, anche per loro Godot non arriva mai.

A Hiroshima è l’incontro con l’autista Misaki (Tôko Miura), una giovane ventitreenne, anche lei perduta, che renderà possibile lo scioglimento di quel nodo alla gola e la caduta di ogni barriera che Kafuku poneva davanti all’accettazione del dolore.
Kafuku e Misaki insieme percorrono le strade della città a bordo della Saab 900 rossa del regista, instaurando gradualmente un sincero legame di fiducia.
Il primo ha perso la figlia, la seconda non ha mai avuto un padre, ed è anche per questo che insieme si completano nel dolore e si comprendono a vicenda.
Entrambi condividono il sentimento della colpevolezza, che vivono nei confronti del lutto. Oto è morta prima di poter dire a Kafuku qualcosa di importante, mentre la madre di Misaki non è stata salvata dall’incidente, quando, forse, si sarebbe potuto fare qualcosa. Ma a volte, nei drammi della vita non è necessario chiedersi se possiamo davvero fare qualcosa, anzi bisognerebbe capire il perché ciò accade e accettarlo senza addossarsi tutto il dolore.

Hamaguchi realizza un film su un viaggio verso l’accettazione della perdita di una persona cara, e della perdita di controllo che ne deriva. Kafuku lo dice «voglio vedere Oto. Se la vedo voglio urlarle addosso e rimproverarla per avermi mentito tutto il tempo. Voglio scusarmi per non aver ascoltato, per non essere stato forte. La rivoglio indietro». Lui la ama nonostante i silenzi, e lei, ne sono certa, amava il marito perché il loro legame andava oltre ogni malessere provocato dai dolori quotidiani.
Drive my car in definitiva parla di come due persone possono salvarsi a vicenda dal senso di colpa, a volte ingiusto.
E’ un film doloroso e confortante al tempo stesso, immerso in un’atmosfera ipnotica e catartica, resa possibile anche dalla fotografia, così languida e delicata. E’ un film lento e metodico, è vero. Ma va capito. Non ci si può lamentare della lunghezza, perché l’arte non si giudica in base al tempo di fruizione, e Drive my car è un’opera d’arte.

logo

Related posts

Moonrise Kingdom. Una fuga d’amore

Moonrise Kingdom. Una fuga d’amore

Moonrise Kingdom, USA, 2012, Wes Anderson (R.), Wes Anderson e Roman Coppola (Sc.) Wes Anderson si può amare od odiare, ma una cosa certamente gli va riconosciuta: è dannatamente elegante. Nella costruzione del quadro, nei movimenti di macchina, nella fotografia, nella scelta delle location...

Speciale Berlino: Orso d’Argento a Paul Thomas Anderson

Speciale Berlino: Orso d'Argento a Paul Thomas Anderson

Quando nel 2008 There will be blood (da noi Il Petroliere) vince l’Orso d’Argento per la miglior regia a Berlino, il film è uscito nelle sale statunitensi già da dicembre del 2007, con una prima proiezione di fine settembre al Filmfestival di Austin, in Texas. Alla competizione della Berlinale...

Django Unchained

Django Unchained

Django Unchained, USA, 2012, Quentin Tarantino (R. e Sc.) Ci risiamo, torna Tarantino con il suo stile scoppiettante e ammiccante. I fan gioiscono, e i meno fan apprezzano. Dopo le disamine della blaxploitation di Jackie Brown, del cinema orientale di Kill Bill...