MasterChef

MasterChef

O dell’egemonia culturale

È importante e corretto premettere che faccio orgogliosamente parte dell’ala massimalista di BILLY, ovviamente e largamente minoritaria all’interno di una rivista che per altro — sia chiaro — resta sinceramente democratica, e ciò, oltre a farmi sognare in(de)finite scissioni a sinistra, mi porta a un estremismo velleitario e a tratti inutilmente radicale.

In quest’ottica, visto che a tale approccio si aggiunge un tentativo quasi maniacale e auto-assolutorio di post-modernismo (inteso anche come quella accettazione della crisi della razionalità e della fede nel progresso illimitato che porta al recupero dei valori del passato), in un contesto tardo capitalistico mi vedo costretto a trattare, gioiosamente, qualsiasi prodotto culturale come un dispositivo in dialogo con le maggiori tensioni della contemporaneità e della storia recente.

«Perché questo pippone?», dice. Perché io credo che MasterChef sia il programma più di sinistra e più rivoluzionario nel panorama “televisivo” odierno, e proprio per questo, alla fine, oggi, decisamente pericoloso.

Partiamo dall’inizio, però. Sappiamo che Gramsci — se posso permettermi una brutale e incompleta sintesi — sostiene che, nel momento in cui la classe subalterna vuole davvero conquistare il potere, è necessario che demolisca e sostituisca l’egemonia culturale della borghesia, ossia della classe dominante.

Va detto però che le traiettorie di questa cultura sono rimaste a stagnare, per lungo tempo, in una forma di fraintendimento (in cui, in realtà, in larga misura allignano ancora) tale da rendere non-discutibile la narrazione dominante e repressiva che vuole il concetto stesso di cultura come di per sé elitario ed escludente. Neppure il tentativo post-modernista di trasfigurare i confini del concetto stesso di cultura, discutendone l’articolazione verticale di alto e basso, ad esempio, è riuscito a modificare completamente tale articolazione, che si sviluppa in parte, ancora oggi, e si direziona proprio dall’alto verso il basso, e si declina, in uno dei suoi esiti finali, in termini di spettacolo, ossia, per dirla per l’ennesima volta con Debord, «il capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine». La cultura che si vuole bassa, o che si vuole para- o pseudo- o che proprio non si considera tale, è (stata?) in questo senso una forma di controllo sociale, di distrazione.

Non è forse allora ancora vero, come vuole Gramsci medesimo, che il perdurare del dominio della cultura borghese su quella non-borghese — o la mancata edificazione di una cultura alternativa, non-borghese o anti-borghese appunto, come possibilità realmente praticabile — possa essere una causa della mancata applicazione della teoria marxiana, e della vittoria del capitale? Se è così, questo può significare una cosa precisa: le rappresentazioni culturali della classe dirigente, che finiscono per costituire e sintetizzare l’ideologia dominante, continuano a incidere in maniera diretta e devastante sulle masse “lavoratrici”. Ne contiamo numerose prove, d’altronde, così come è indubbio che, nel momento in cui parliamo di rappresentazioni culturali, parliamo sostanzialmente, oggi, di produzione audiovisiva e della sua fruizione, il cui sistema di produzione è in larga parte prossimo alla classe dominante. Eppure c’è un ma. Perché se è vero che quando i CSI, il 15 settembre del 1997, arrivarono in cima alle classifiche di vendita in Italia, abbiamo pensato di essere a un passo dalla vittoria, è altrettanto vero il sistema culturale contemporaneo ha la straordinaria capacità di rendere innocua pressoché qualsiasi tensione politica, disarmando il conflitto fino a inglobarlo come parte del sistema.

Ma allora, dunque, qual è questo ma? Il sistema produttivo della comunicazione audiovisiva di massa è strettamente legato alle necessità del mercato. Il mercato della produzione culturale è quanto mai fluido, oggi, e i sistemi produttivi, in Italia, faticano a controllarlo e tendono almeno in parte ad assecondare tendenze che non comprendono pienamente, mentre, in certi ambiti e con certi broadcast, gli autori percepiscono un agio maggiore rispetto alle proprie tensioni, una possibile prossimità rispetto alle proprie sensibilità politiche, intese come concezioni di vita.

Ecco allora che la società che MasterChef rappresenta è una società multietnica, in cui le preferenze sessuali, l’identità di genere, le scelte personali, l’emergenza climatica non sono oggetto di discussione, e si ha diritto di piena cittadinanza. Che questo accada già sui social è un dato oggettivo, ma è quasi irrilevante rispetto a un immaginario collettivo che, nel nostro paese, vuoi per età anagrafica, vuoi per abitudini di fruizione, è ancora poco penetrato, in questo senso, dai nuovi media. Piuttosto il problema, in MasterChef, è l’eccesso di paternalismo, la celebrazione retorica della differenza, l’accettazione dell’altro come atto di carità da parte dei privilegiati, che acconsentono all’accesso dei diseredati nel salotto buono. Ed è qui, infatti, che si struttura il pericolo.

Ma quindi dov’è il pericolo, di cui parlavo all’inizio? Il pericolo è che ci si limiti alla rappresentazione, nel senso che resta in ogni caso l’esercizio egemonico di una classe dominante, che si ritrova semplicemente meno conservatrice e reazionaria, ma che resta non in grado di inceppare realmente il meccanismo alla base, di discutere il sistema nelle sue forme primarie di ingiustizia e squilibrio, quindi incapace di innescare il conflitto.

Eppure resta, intatto e traboccante, il portato rivoluzionario di una trasmissione che tra le prime ha offerto e offre un’ipotesi, rappresenta un situazione possibile, persino praticabile, di vedere e abitare il presente in maniera diversa. E questo conta più di qualsiasi trattato di sociologia, molto più di altri exempla, può essere più efficace di molte altre azioni. In MasterChef c’è melodramma, c’è narrazione, ci sono archi narrativi, si piange un botto, c’è consapevolezza del mezzo, ci sono relazioni, ci sono morali, c’è lo spazio dell’innocenza, come ci insegna lo storytelling (anche politico) contemporaneo. Perché non è certo la prima volta che si parla di certi argomenti o li si rappresenta, all’interno della produzione audio-visiva, ma raramente è avvenuto in un format così penetrante e con un ruolo così rilevante all’interno del nostro immaginario. Però occorre coglierla, questa ipotesi, renderla un inciampo, trasformarla quindi in conflitto — se, per restare con Gramsci, vogliamo ascoltare l’ottimismo della volontà.

Cosa significhi ciò, non è tema di questo articolo, io credo, né ora particolarmente interessante, ché qua si fanno suggestioni, non trattati, al limite manifesti. Mi pare però giusto, da bravo massimalista post-moderno che anela a una scissione a sinistra, chiudere, invece che con le parole di Gramsci, con la sintesi proposta da Wikipedia alla voce “Egemonia culturale”:

Nelle società industriali avanzate gli strumenti culturali egemonici come la scuola obbligatoria, i mezzi di comunicazione di massa avevano inculcato una “falsa coscienza” ai lavoratori. Invece di fare una rivoluzione che servisse a soddisfare i loro bisogni collettivi i lavoratori delle società industriali facevano propria l’ideologia borghese dominante cedendo alle sirene del nazionalismo, del consumismo e della competizione sociale abbracciando un’etica individualista egoistica oppure schierandosi tra le file dei capi religiosi borghesi.

Era arrivato il tempo di abbattere l’egemonia culturale borghese e questo era il compito degli intellettuali.

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