CODA
Regia 3
Soggetto e sceneggiatura 4
Fotografia 3
Cast 4
Colonna sonora 4

Qual è la prima cosa che vi viene in mente se vi dico diversità? A me si palesa in testa un’immagine simile a quella che scelsi come sfondo della mappa concettuale che preparai per l’esame di terza media, con mani intrecciate semi-dipinte. La seconda cosa che mi viene in mente invece è la mia faccia, ..

Summary 3.6 bello

CODA

Qual è la prima cosa che vi viene in mente se vi dico diversità? A me si palesa in testa un’immagine simile a quella che scelsi come sfondo della mappa concettuale che preparai per l’esame di terza media, con mani intrecciate semi-dipinte. La seconda cosa che mi viene in mente invece è la mia faccia, un volto che ho tanto amato e tanto odiato appartenente a un corpo che si sente perennemente fuori luogo. Si sente, appunto, diverso.

L’individualismo del quale è impregnata la società contemporanea porta con sé l’assioma secondo cui ognuno è diverso dagli altri, e in quanto tale speciale. Lungi da me andare contro il concetto di unicità, nel quale mi crogiolo più spesso di quanto mi piaccia ammettere. Ma credo anche che il concetto di diversità vada un po’ oltre, che includa non soltanto un essere diversi ma anche un sentirsi diversi che determina il modo in cui la nostra unicità è realmente vissuta.

Prendiamo il caso della famiglia Rossi. No, non parlo di Mario Rossi, il tipico esempio da fac-simile elettorale. Parlo di Frank, Jackie, Leo e Ruby, un nucleo di quattro persone che vive nella cittadina marinara di Gloucester. Tre di loro sono sordi mentre Ruby, la figlia piccola ormai in età da diploma, non solo ci sente benissimo, ma ha anche una gran bella voce e la passione per il canto. Nel caso della famiglia Rossi, cosa significa diversità? Può essere diverso il nucleo nella sua totalità, un chiaro esempio di famiglia che si distingue da tutte le altre per il semplice fatto di avere delle difficoltà di comunicazione non indifferenti con il resto della comunità – e che per di più non se la passa nemmeno tanto bene economicamente. Possono essere diversi Frank, Jackie e Leo in quanto persone sorde. Ancora, può essere diversa Ruby, che è l’unica “come gli altri” in una casa in cui non poter sentire è la normalità, una CODA (Child of Deaf Adults) che quando arriva a scuola ha ancora impregnato nella felpa l’odore del mare. E ognuna di queste diversità non esclude l’altra. Anzi, danno tutte insieme vita a un puzzle che compone una realtà in cui siamo tutti a nostro modo diversi, ma la nostra diversità non sempre è per noi motivo di vanto.

Non è facile mettersi nei panni degli altri e capire che ognuno può avere i propri motivi per sentirsi lontano dagli altri. È più facile provare empatia per chi è più simile a noi, per quelle storie che riusciamo a comprendere meglio perché ci sembra che abbiano qualcosa in comune con la nostra. Nella famiglia Rossi questo appiglio per me è stata Ruby, intimidita dal mondo ma anche piena di voglia di scoprirlo. Ruby è la traduttrice che cerca di mettere in connessione due realtà in cui vive, ma forse è proprio questo suo eterno ruolo che non le consente di sentirsi a suo agio in nessuno di quei due mondi. Il mondo pieno di suoni e quello in cui si sente solo il vuoto. Da spettatrice della sua storia, mi sono sentita come lei.

Ma una storia potente in realtà è anche quella che riesce a far cambiare prospettiva. E all’improvviso, quando meno ce lo aspettiamo, anche per noi è solo silenzio. Per un attimo non siamo più Ruby, ma siamo la sua famiglia, immersa in un contesto nel quale deve solo adattarsi, ma che non riesce a comprendere. E noi ci sentiamo diversi anche come loro.

CODA – lo chiamo così perché I segni del cuore è una di quelle traduzioni di titoli che non accetterò mai – per me una storia potente lo è stata. Sarei ipocrita sia se dicessi che meritava di vincere l’Oscar che ha vinto, sia se dicessi che non lo meritava, semplicemente perché non ho visto tutti gli altri film che sono stati inclusi nella rosa finale dei candidati al miglior film. Quello che posso dire è che riuscire a sentire come proprie delle caratteristiche altrui che non ci appartengono è raro. Riuscire a sentire propria una diversità che non è la nostra, lo è ancora di più. E con questo non sto dicendo che CODA mi abbia fatto sentire meno diversa, ma forse che, almeno per un attimo, mi sono sentita meno sola. E per me il cinema è tutto qui.

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