Infestare casa Marvel: Doctor Strange e il Multiverso della follia.
Regia 4
Soggetto e sceneggiatura 2
Fotografia 3
Cast 3
Colonna sonora 4

Al momento mentre mi metto a scrivere questo articolo, per me Doctor Strange e il Multiverso della follia è prima di tutto il nuovo film di Sam Raimi, poi può anche essere il nuovo film della fase 4 del Marvel Cinematic Universe (MCU). Ad oggi devo ancora recuperare The Eternals di Chloe Zhao e Shang-Chi, ..

Summary 3.2 bello

Infestare casa Marvel: Doctor Strange e il Multiverso della follia.

Al momento mentre mi metto a scrivere questo articolo, per me Doctor Strange e il Multiverso della follia è prima di tutto il nuovo film di Sam Raimi, poi può anche essere il nuovo film della fase 4 del Marvel Cinematic Universe (MCU). Ad oggi devo ancora recuperare The Eternals di Chloe Zhao e Shang-Chi, e semmai ne avrò voglia lo farò, prima o poi. Non mi ricordo nemmeno a che numero di film siamo con l’MCU, potrei verificare ma ci penso dopo. Devo ancora vedere pure il primo Doctor Strange, ma arrivato a questo punto non penso che lo farò mai. So però che qualche giorno fa, prima che uscissi soddisfatto dalla sala per la prima volta da Guardiani della Galassia Volume 2, ricorreva il ventesimo anniversario del primo Spiderman, che vidi al cinema a 5 anni, anche se so solo di averlo visto.

Quei ricordi della mia infanzia al cinema li conservo più vividi per il terzo e soprattutto per il secondo capitolo [ad oggi il miglior film Marvel, o cinefumetto, o film di supereroi (dopo Gli Incredibili ovviamente), o qualsiasi altra etichetta per film su protagonisti con la calzamaglia e poteri fantastici che non siano il conto in banca di Bruce Wayne]. A dicembre ho pure accettato di farmi comprare dalla mossa nostalgica di Spiderman No way home, per rivedere Tobey McGuire particolarmente spaesato insieme a Andrew Garfield e Tom Holland, contro cinque villain di cui solo (almeno) uno valeva il biglietto, ovvero Willem Dafoe che da solo reggeva la baracca. A questo giro, proprio perché è il primo film MCU a uscire nel 2022, le cose si fanno subito interessanti perché si passa dall’identificazione immediata nel volto degli attori a cui ci eravamo affezionati da bambini, ad una identificazione nello sguardo, che fa tornare dietro la macchina da presa il regista che per primo, insieme a Bryan Singer nel 2000, si era preoccupato di tessere la ragnatela archetipica del blockbuster di supereroi. 

Sia chiaro: Doctor Strange e il Multiverso della follia non è sicuramente tra i film più belli di Sam Raimi, ma è sicuramente uno dei film dell’MCU più belli e divertenti degli ultimi anni. Sono sincero nel dire che in queste due ore di film (minutaggio da non sottovalutare) ho ritrovato molto più qui, e non in No way home, lo stesso spirito e respiro che riprovo ancora oggi, a 20 anni di distanza, riguardando i primi Spiderman. C’è ovviamente la colonna sonora di Danny Elfman che ha segnato (e fatto sognare) l’infanzia di una generazione di bambini al cinema. Ancora prima però c’è un interesse più ispirato nello sguardo di Raimi a voler raccontare un minimo più a fondo l’umanità di questi personaggi “fantastici”, ma soprattutto dei loro supercattivi. Perché questo Multiverso della follia non è un film su Doctor Strange, ma su Wanda Maximoff di Elizabeth Olsen, che Raimi trasforma prima in una strega e poi in una Carrie White di depalmiana memoria, ritrovando lo spessore tragico che ha reso così immortali il Goblin di Willem DaFoe e il Doctor Octopus di Alfred Molina nelle loro prometeiche cadute d’ascendenza shakespeariana.

La miniserie Wandavision è forse il principale tassello della nuova produzione seriale della Marvel per capire certi passaggi di questo nuovo capitolo, ma Sam Raimi è ben conscio che l’immagine in movimento può diventare un catalizzatore drammaturgico ben più forte ed esaustivo di qualsiasi siparietto narrativo. La sceneggiatura corre spesso il rischio di ingarbugliarsi già nella prima ora, tanto che la cornice produttiva di Kevin Feige sembra predominare il nuovo prodotto. Per fortuna non è così e, nonostante la pedanteria di certi dialoghi che trattengono inizialmente le potenzialità del suo autore, quando diventa chiaro che Raimi sia “l’uomo che tiene il coltello dalla parte del manico”, la trama viene superata come mero pretesto per declinare il franchise MCU in una sua personalissima visione del Multiverso marveliano, calandola nella sostanza primigenia della sua idea di cinema.

Basta già solo il primo catastrofico incontro tra Doctor Strange e un gigante Polipo lovecraftiano che infesta le strade di New York, in un deja-vu gustoso del secondo Spiderman, per remare contro chi sostiene che Raimi emerga solamente negli ultimi 20 minuti del film. Non solo per la chiara autoreferenzialità della scena, ma la volontà del regista emerge nell’incursione giocosa dentro l’iride dello spettatore che Raimi decide di raschiare via come Doctor Strange fa con l’occhio gigante del mostrone. Se lo sguardo ha dei limiti è perché sotto la sua superficie traslucida nasconde un mondo di rifrazioni nascoste che il linguaggio cinematografico può ancora esplorare.

Come fortunatamente limitata è in questo film la magia del Multiverso che da tempo sta snaturando il valore cinematografico del film di supereroi, confondendo grossolanamente i confini tra fantascienza e fantasy. Nelle mani di Raimi invece la magia trova una sua concreta coerenza interna funzionale al confronto finale tra strega e stregone, declinato in un clima che ritrova il gusto per una dialettica con la vertigine dell’orrore. Perché se una generazione di giovanissimi spettatori è potuta crescere con una sala operatoria di medici brutalmente uccisi dai tentacoli meccanici di Alfred Molina o, ancora prima, con una terrazza di New York fatta saltare in aria insieme a tutte le persone polverizzate dall’aliante di Willem Dafoe, allora diventa chiaro che in una ideale fase più matura dell’MCU i corpi dei guerrieri diventano carcasse bruciate, e i supereroi sono destinati a fantastiche morti che non siano il mero schiocco di dita del compianto Thanos.

La smaterializzazione digitale del corpo viene sospesa permettendo al regista di La Casa e L’Armata delle tenebre di ripercorrere le sue iconografie passate, il gusto per la catastrofe dei corpi e degli spazi diabolici, trasformando l’impalcatura ingessata del Marvel Cinematic Universe in una casa infestata dagli orrori immaginati da Sam Raimi. Così il Multiverso della follia diventa un tour de force di superfici riflettenti dimensioni ostili, di soggettive paranormali nei mondi distorti dei suoi personaggi, di effetti speciali mostruosi seppur posticci, di allucinazioni casalinghe e squarci psichedelici in dimensioni immaginarie irresistibili e stranianti, innescate in un caleidoscopio immaginifico che ritorna alla matrice iconografica del Necronomicon, qui spacciato come Darkhold nelle mani di Wanda.

A patto di accettare parentesi un po’ sconclusionate come gli Illuminati, drammaturgie romantiche di contorno solo potenzialmente toccanti come i bei tempi dell’infatuazione platonica tra Peter Parker e MJ, e passaggi esplicativi un po’ pedanti e inconsistenti, questo nuovo capitolo del franchise conferma come “il parco divertimenti” di casa Marvel può anche non vergognarsi di essere tale se persegue con la giusta consapevolezza la libertà lasciata all’indagine di uno sguardo più personale.
Per il resto c’è Bruce Campbell, ho finito.

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