Lamb

Lamb

o della carneficina del dolore

Lamb (Valdimar Jóhannsson, 2021, Islanda, Svezia, Polonia) è un film per molti aspetti anomalo. È un horror islandese indipendente, girato in poche location e con pochi personaggi, con una storia enigmatica ma semplice, indecifrabile ma lineare, rarefatta ma densa. È stato a Cannes, dove ha suscitato entusiasmi perplessi, ha aperto il Nightmare di Ravenna raccogliendo risate raggelate durante la proiezione e discussioni fitte subito dopo. È un film che si conficca negli occhi e fruga l’anima, pone ipotesi disagevoli mentre stimola ricordi (s)falsati.

È difficile dire qualcosa senza rivelare snodi fondamentali del pur semplice racconto, ma io credo che Lamb sia sostanzialmente la storia di un carnefice, forse il peggiore tra tutti: il dolore. Non un “semplice” dolore fisico, ma quel dolore fisico — e non solo fisico — che infetta a partire da una perdita talmente irrimediabile da ammalarti di morte. Quella perdita che inceppa il quotidiano e insieme il futuro, che si incastra tra passato e presente e impedisce il passaggio.

Nella storia di una creatura ibrida, che nasce inaspettata all’interno della vita rurale di una coppia di coltivatori, muovendone silenziosamente — come un lutto — la dimensione immota, congelata e ferma, c’è il desiderio e la folgorazione del montrum, ossia, etimologicamente, del segno divino, del prodigio: la speranza. La speranza del ritorno, del rumore delle cose che si aggiustano, della fine del buio. “È un dono”, dice il protagonista al fratello, eretico di fronte all’epifania.

Un dono che però chiede violenza e sacrificio, per essere elaborato, esattamente come la perdita da cui è generato. E se questa rielaborazione è impropria e incompleta, ecco che la mente, il desiderio, la pulsione — nel tentativo di sfuggire a quel carnefice implacabile che è il dolore di (soprav)vivere — diventano necessariamente distruttivi, accuditi, in questa devastazione, dalla volontà disperata e affannata di ottenere salvezza, di provare a supporre una normalità, un ristoro e, più ancora, finalmente un senso, o magari anche solo un respiro pieno.

Ma non si sfugge ai propri fantasmi, dice Lamb, non c’è modo di scampare al dolore, perché la perdita è inconsolabile, per la mente e per i corpi, perché la perdita è un’immagine mancante che non si colma e risulta irriducibile all’esistente e persino al reale, così come la vita è incompatibile con la vita stessa e poi con morte.

E infatti, in Lamb, le anime e i corpi finiscono per edificare e abitare l’annullamento di quella stessa ipotesi che avevano provato a costruire, naufragando in paesaggi mentali desertici, in cui incrociano i propri colpevoli fantasmi mascherati da mostri, e rendendo impraticabile un’eventualità diversa da quella offerta dal carnefice, ossia dal dolore.

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