Il reale di Berlino 73

Il reale di Berlino 73

Il cinema che abbiamo visto a Berlino ha un’identità che ci è piaciuto pensare riconoscibile, in filigrana o in termini più espliciti, per quanto non necessariamente unitaria. Di sicuro ci torneremo, ma quello che trovo particolarmente interessante, tornato da Berlino da un mese, e che vorrei qui evidenziare provando a comprenderne senso e motivazioni, è una presenza massiccia — vorrei dire la necessità o l’urgenza — di cinema del reale tanto da caratterizzare con tratti netti la 73a edizione di quello che ancora una volta, a livello europeo, si conferma, tra i cosiddetti “festival maggiori”, il più coraggioso e, spesso, il più radicale.

Il cinema del reale ha quindi innervato l’ultima berlinale da molti punti di vista. Potremmo partire dalla fine, ossia dai premi, quando, in aeroporto, seguendo la cerimonia sui telefoni, siamo rimasti spiazzati da un Orso d’Oro mai così inaspettato, almeno per chi scrive, assegnato al documentario “Sur l’Adamant” di Nicolas Philibert. “Sur l’Adamant” è un documentario per molti aspetti classico, contenuto e pudico, e mette al centro del suo sguardo, con una sensibilità rara e un rispetto lancinante, il disagio psicologico, isolando lacerti — e racconti — di vita dei pazienti psichiatrici che frequentano un centro diurno parigino, l’Adamant appunto (che altro non è che una chiatta galleggiante sulla Senna). Un documentario di impegno civile, si sarebbe detto un tempo, che demolisce pregiudizi e paure, annullando differenze e provando a spostare i confini della malattia e della sanità, interrogandosi sull’identità e sull’assegnazione della stessa.

Ma se anche cominciamo dall’inizio, sentiamo subito come la Berlinale abbia abitato nell’immediato il cinema il reale: se infatti lo Special Gala con Rebecca Miller e la sua ultima commedia romantica hanno inaugurato il festival, ecco che ad aprire veramente le danze, il 17, è stato chiamato  “El eco”, il documentario messicano di Tatiana Huezo (tra l’altro premiata anche per la miglior regia nella sezione Encounters) che poi, guarda un po’, avrebbe vinto il riconoscimento come miglior documentario dell’intero festival.

“El Eco” parla di patriarcato, di violenza sociale, di bambini, di ragazze, di sogni impraticabili, di natura, di cambiamento climatico e di leggende. Può apparire come una lista confusa di cose ma, in realtà, se mi si concede la banalità, parla “semplicemente” di vita e ne rappresenta una sintesi quotidiana e potente, una vita di certo marginale, stesa e aggrappata in una remota comunità rurale messicana ai confini del mondo, di qualsiasi mondo. Anche nel documentario della regista salvadoregna ci pare risultare cruciale il tempo che passa mentre la vita scade, o viceversa, le occasioni e le necessità che si confondo e spesso si negano, e anche qui si ha l’eco — appunto — di qualcosa che forse non è mai accaduto, come a volte può apparire non solo nei racconti disarticolati di coloro che frequentato l’Adamant ma anche nelle nostre nostalgie lente di tempi e cose che non abbiamo attraversato.

In mezzo, tra l’inizio e la fine di questa Berlinale, abbiamo visto scorrere un lungo viaggio dentro e lungo i bordi di storie e cinema, come a volere caparbiamente delineare una “disciplina”, quella documentaristica, attraverso ipotesi che sembrano oscillare tra uno spostamento sempre più radicale del linguaggio, da un lato, e, dall’altro, un recupero dei canoni classici del “genere”. Che sia stata un’ipotesi di cinema necessariamente post-pandemica è fin troppo scontato da dire, ma è un concetto che per il documentario tratteggia declinazioni e propone soglie del tutto particolari.

Perché se la pandemia ha rappresentato la capacità non resistibile del reale di esondare da qualsiasi tentativo di inquadratura, di narrazione, di previsione e di ipotesi, ecco allora che l’evento si è configurato come un eccesso di reale, ribaltando il rapporto del cinema con la sua stessa materia, lasciandoci orfani di un’identità definita e definibile che oggi si tenta di approssimare oppure emancipare per intero.

Ecco allora che, non a caso, il viaggio dentro il cinema del reale di questa edizione di Berlino, ha visto almeno altri due film fare incetta di premi: “Orlando, ma biographie politique” di Paul B. Preciado e “Kokomo City” di D. Smith, due documentari diversi ma simili, due racconti che vogliono e mettono la transizione di genere al centro del loro sguardo, e ne articolano la rappresentazione in termini finzione e di identità, appunto, di radicale questione politica e di esercizio e diversione del potere. La transizione non è solo di genere, ma riguarda «la poesia, l’amore e il colore della pelle», direbbe Orlando, e forse ancora di più, diremo noi, senza azzardaci a definire ancora questo “di più”. 

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