Britney b*tch

Britney b*tch

Le icone, come scrive il nostro direttore nell’editoriale di questo mese, si fanno carico del “peso della loro provenienza storica, ossia del periodo di cui sono emblema”. E quale icona meglio di Britney Spears può assumersi il peso di rappresentare il clima di cui siamo figli disgraziati noi millenials? 

Parlare di Britney Spears oggi significa riflettere lucidamente su un’epoca intrisa di violenza patriarcale sistemica e mortalmente infetta dalle dinamiche del capitalismo. 

Attraverso gli alti e i bassi della sua carriera, il corpo di Britney Spears ha, suo malgrado, ospitato lo spirito del nostro tempo e la sua storia viene (e sarà) usata come un termometro di quello specifico clima culturale. 

Con le iconiche treccine, i pon pon e la gonnellina, Britney fa il suo ingresso nella vita dei millenials di fine anni Novanta, incarnando il sogno di fama e celebrità del mondo pre-social media, in cui la visibilità era ancora qualcosa di eccezionale e accessibile a pochǝ elettǝ. Il sottotesto di quegli anni era che qualsiasi ragazza, nella sua ordinarietà, potesse aspirare al successo, l’importante era credere intensamente nei propri sogni. Ma Britney non era una ragazza ordinaria, era l’incarnazione del sogno americano, la “fidanzatina d’America”. Doveva essere sexy (nonostante appena diciassettenne) ma rimanere pura. I media erano ossessionati dalla sua verginità e dalla sua parabola di ragazzina perfetta. La sua voce doveva rimanere un falsetto innocuo, al punto che le è stato impedito di registrare nuove canzoni con la sua voce da donna ed è stata costretta a diventare la regina del playback. 

Il documentario del New York Times “Framing Britney Spears” mostra il trattamento sessista e disgustoso a cui la star è stata sottoposta fin da quando era soltanto una bambina. 

Negli anni ‘90 era accettabile che a una bambina di 10 anni, dopo un’incredibile performance, venisse chiesto da un vecchio presentatore se avesse il fidanzato, perché aveva “gli occhi più belli del mondo”. O che un intervistatore (sempre uomo e vecchio) aprisse l’intervista a una ragazzina di soli 17 anni parlando delle sue tette. 

Dallo slut shaming successivo alla fine della sua relazione con Justin Timberlake (con tanto di minacce di morte provenienti anche da personaggi politici), alle accuse di essere una pessima madre, perché andava in tour o a fare serate con Paris Hilton, Britney Spears ha subito tutta la rabbia e la frustrazione di una società profondamente patriarcale, che rimane sempre “delusa” quando una donna si permette di uscire dagli schemi costruiti per lei.

A tutto questo si aggiungeva l’ossessione morbosa di quegli anni per la celebrità, rappresentata perfettamente dalle immagini claustrofobiche di paparazzi predatori, che cercavano letteralmente di catturare pezzi del suo corpo (come denuncia nella canzone “Piece of me”). Quelle immagini facevano capire l’irreversibilità di quella celebrità tanto desiderata dalle ragazze e dai ragazzi di quel tempo, l’impossibilità di spegnere i riflettori e quella negazione alle star del diritto di soffrire. 

Nel 2007 fanno il giro del mondo le immagini di Britney Spears che si rasa i capelli da sola con un rasoio elettrico. È il punto di non ritorno. Quella foto segna il momento in cui un corpo, da oggetto del desiderio, desidera, di ribellarsi, di uscire dal ruolo che gli è stato imposto e che ha dovuto subire. Non sarà mai più perdonata per questo. Da quel momento diventerà la “pazza”, la “malata”, la persona incapace persino di gestire i suoi soldi, tanto che, a un anno da quell’episodio, avrà inizio la conservatorship di suo padre su tutti i suoi beni. 

Oggi esiste la cosiddetta “legge Britney” ossia una legge che prevede la creazione di una zona di sicurezza personale per le star, dalla quale i paparazzi devono essere totalmente banditi. Esiste anche il movimento #freeBritney, che si è battuto per denunciare l’ingiustizia della conservatorship ai danni della cantante e ha avuto una parte importante nell’ultima sentenza di questo caso. 

Se è vero, quindi, che Britney è il paradigma di un’epoca, le reazioni della contemporaneità alla sua storia ci lasciano sperare che viviamo in un momento storico che, seppur incapace di inventarsi un futuro e ancora molto bloccato nelle sue lotte per i diritti, è quantomeno in grado di intravedere e problematizzare l’infezione mortale del nostro sistema. 

Nel suo libro “Spezzate. Perché ci piace quando le donne sbagliano”, Jude Ellison S. Doyle analizza l’ascesa e la caduta di Britney Spears e di altre donne celebri, esplorando il fenomeno della trainwreck: ovvero del deragliamento dai binari del proprio ruolo, imposto dal patriarcato, che porta a perdere tutto quello che si era ottenuto. 

She’s everywhere once you start looking: the trainwreck.
She’s Britney Spears shaving her head, Whitney Houston saying “crack is whack,” and Amy Winehouse, dying in front of millions. But the trainwreck is also as old (and as meaningful) as feminism itself.

E allora l’invito è quello di riappropriarsi della trainwreck come forma di emancipazione, di togliersi dalle spalle il peso dell’icona, di uscire dal binario e autodefinirsi, di cantare, con una voce finalmente da donna: “Britney b*tch”.

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