Drive Away Dolls – la commedia queer e trashy di Ethan Coen, in lingua rigorosamente originale
Regia 3
Soggetto e sceneggiatura 2
Fotografia 3
Cast 3
Colonna sonora 2

A partire da uno script ideato insieme alla moglie Tricia Cooke circa vent’anni fa, Ethan Coen realizza una queer comedy on the road che arriva sul grande schermo in lingua originale sottotitolata. Certo una commedia come questa non guarda fissa nei grandi occhi del pubblico mainstream, è quindi un banco di prova piuttosto sicuro per ..

Summary 2.6 normale

Drive Away Dolls – la commedia queer e trashy di Ethan Coen, in lingua rigorosamente originale

A partire da uno script ideato insieme alla moglie Tricia Cooke circa vent’anni fa, Ethan Coen realizza una queer comedy on the road che arriva sul grande schermo in lingua originale sottotitolata. Certo una commedia come questa non guarda fissa nei grandi occhi del pubblico mainstream, è quindi un banco di prova piuttosto sicuro per sperimentare l’assenza del doppiaggio e arrivare in sala in un tempo record. Ma si tratta di una scelta esplorativa, e senza precedenti, di cui ringraziamo la Universal Pictures. La versione in lingua originale ci permette di godere di tutta la sfacciataggine linguistica di cui il film si pregia, e per questo ci uniamo al plauso alla distribuzione.  

Drive Away Dolls è un ammasso di chincaglieria narrativa da imperdibile fiera del cinema vintage: un incipit noir, una sincopata avventura on the road, nostalgiche luci al neon, diner fumosi made in USA, Dutch angle d’ordinanza e l’immancabile McGuffin (una valigetta, ovviamente). Una commedia dai colori seducenti e dal racconto agile, che alletta, intrattiene, diverte e ammicca, senza però mai affondare i denti nella tenera e sugosa beffa a cui il cinema dei Coen ci ha abituato. I fratelli, uniti, hanno impastato insieme falsificazione, grottesco e irriverenza in un’amalgama deliziosamente collosa in cui gli spettatori adorano restare invischiati. Il fratello Ethan, in solitaria, si muove compiaciuto, e a tutta velocità, nell’universo caotico e sregolato di sempre, popolato da antieroi, perdenti e outsiders, eppure, a fine corsa, più che in viaggio verso la liberazione dall’ipocrisia circostante, procede, allo sbando, verso una babilonia stancamente demenziale.

Nel 2018 i fratelli Coen stringevano tra le mani l’ultimo gioiellino condiviso, La ballata di Buster Scruggs. Da allora hanno deciso di spartire la preziosa dote d’ingegno: Joel si è cimentato in una rilettura di Macbeth, mentre Ethan si è regalato un documentario musicale dedicato a Jerry Lee Lewis. Il fratello Ethan oggi tenta di riappropriarsi del marchio di fabbrica del cinema Coen con una commedia dallo stile visivo riconoscibile e stuzzicante, dal contenuto irriverente, ma essenzialmente troppo corretto per affrancarsi dal divertissement autocompiaciuto di chi si diverte molto, dimenticando di tesserare al circolo dello spasso anche il pubblico in sala.

Le “dolls” di questa storia sono Jamie (Margaret Qualley) e Marian (Geraldine Viswanathan). Jamie è logorroica, egocentrica e sessualmente disinibita, mentre la cerebrale Marian alle serate nei pub gay preferisce la lettura dei romanzi di Henry James. Le due amiche di vecchia data decidono di mettersi in viaggio per raggiungere la zia di Marian a Tallahassee in Florida, confidando di scappare l’una da una ex arrabbiata, e l’altra dalla frustrazione di chi ancora non si conosce per davvero. Il guaio è che finiranno per mettersi alla guida di un’auto destinata a due scagnozzi alla ricerca di un prezioso “tesoro”.

Le due giovani per loro malaugurata sorte saranno costrette a scappare con una misteriosa valigetta nascosta nel bagagliaio, i due inetti tirapiedi ad inseguirle, mentre noi, sfacciatamente più fortunati, ci godiamo gli elementi familiari alla filmografia Coen: pretesto noir, un vaso di pandora segretamente custodito, ossia la valigetta (ça va sans dire), e le incursioni psichedeliche che hanno reso Il Grande Lebowski il film immenso che conosciamo.

Poco meno di 90 minuti per un film che si concreta in un’unica idea di scrittura, questa, va detto, pienamente riuscita: il parallelismo tra le coppie che si muovono, accelerando, on the road. Da una parte ci si addentra nel romanzo di formazione di due giovani donne, opposte ma con la medesima fame di vita, tra cui emergerà un erotismo saffico privo di ipocrisia. Dall’altra due criminali, l’uno verboso e pedante, l’altro inespressivo e dal grilletto facile, che ricordano la coppia Steve Buscemi – Peter Stormare in Fargo, mettono in scena l’imbecillità del machismo.

Drive Away Dolls procede veloce e inesorabile, ma mai spietato, purtroppo.  Si infiltra nella screwball comedy grazie alle tagliente licenziosa oratoria di Jamie, confezionata in un vistoso accento texano, per poi indugiare nella sexploitation, trasformandosi quasi in un racconto di formazione erotico dedicato alla timida Marian. Gli echi lisergici in stile Seventies, il cui scopo tarda a essere rivelato, rendono Drive-Away Dolls un omaggio a un certo cinema del passato: i road movie di fine anni 60, i lavori off-Hollywood, i B-movie, i film d’exploitation.

Ed è proprio quando Tarantino fa capolino nel tumulto di Drive Away Dolls (c’è l’emblematica ripresa contre-plongée dall’interno del portabagagli di Reservoir Dogs-Le Iene), si affaccia al contempo il dubbio che l’affascinante corredo vintage si sia già, nel corso della prima mezz’ora, trasformato in qualcosa di stantio.

Al film di Coen manca la capacità di far elevare il trash a risultati realmente eversivi. Ciò gli impedisce di innalzarsi al cinema che in esso riecheggia, e la forzata ambientazione fine Anni Novanta non aiuta.

La sovversiva dis-organizzazione del film non appare mai autentica, piuttosto le sue scorticature sembrano chirurgicamente imposte, e per questo il suo caos non diviene mai manifesto estetico. Non sono sufficienti i sobbalzi marcati del montaggio, il richiamo al fumetto pulp, gli angoli olandesi e i colori brillanti che sul finale fanno l’occhiolino a Wes Anderson. In fondo, per far sì che l’estetica si faccia comunicazione è necessario che veicoli un messaggio, e qui la visceralità del genuino B-movie appare più di facciata che non di sostanza.

È un vero peccato che l’estetica non riesca ad imporre la sua dittatura perché non adeguatamente supportata dall’estro creativo nella scrittura. Ma è una vera fortuna che il film si divincoli anche da un’altra egemonia, quella del contenuto. La rivendicazione della libertà sessuale, il tema del puritanesimo strumentale al potere, l’affermazione di un punto di vista femminile, lo sdoganato utilizzo di sex toys, sono temi che avrebbero potuto condurre la pellicola verso il cinema politico o di denuncia. Ma i numerosi dildo presenti sono utili tanto per l’autoerotismo quanto per improvvisare un’estorsione, e così tutto torna al proprio posto. Drive-Away Dolls” è una pellicola libera di essere quello che è. Una scheggia impazzita che omaggia un grande cinema, quello che Ethan Coen ama. Un film queer disimpegnato, con un incipit fumettistico e delirante bellissimo, e uno script non molto originale poco ispirato. Orgogliosamente compiaciuto. Spudoratamente saffico. Disordinatamente allucinogeno.

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