Lars von Trier. La comunità strabica

L’identità che si sostanzia nella comunità è per von Trier, nella sostanza, un paradosso, che scivola, nel suo cinema (volendo considerare solo quello post (Dogma95), dalle distratte comunità scozzesi de Le onde del destino all’universale intimità depressa di Antichrist e Melancholia – la malinconia, o la tristezza, lo ricordiamo, fu considerata nel medioevo l’ottavo peccato capitale, e altro non era che ciò che oggi chiamiamo, appunto, depressione.

Molti hanno inteso, spesso a ragione, il cinema del regista danese in termini di analisi della comunità e del conseguente meccanismo identitario che da essa ineluttabilmente deriva, ma una visione eccessivamente meccanicista dell’opera di von Trier potrebbe trarre in inganno, soprattutto se messa in relazione all’apparato para-cinematografico che da sempre accompagna, e spesso sottende come una sorta di ipertesto, la produzione del controverso cineasta. Quello che ci interessa affrontare, qui, è la dialettica tra comunità, personaggio e – perché no? – società nella “Trilogia del cuore d’oro”, realizzata dal regista danese tra il 1996 e il 2000.

La comunità identitaria di von Trier, dicevamo, è un paradosso, sfumato di religione e politica, di umanità e individuo, di sociale ed estetica. Un percorso forse non organico, un puzzle più che un affresco, in cui – probabilmente – l’elemento (del crimine) comune che si può rintracciare è quello di un giudizio certo allegorico, ma irrevocabilmente negativo sulla comunità e sull’identità – in ogni caso reazionaria, in ogni caso esiziale.

Se Emily Watson, ne Le onde del destino, ha gli occhi religiosamente semplici e ingenui dello scandalo, allora la comunità cui appartiene si mostra pelosamente affettuosa, incapace di amare o comprenderla, quindi esplicitamente ostile, spiazzata da una scelta eccentrica che non trova rispondenza nella formalità ortodossa con cui si rapporta ciecamente alla parola di Dio (un Dio capriccioso, tra l’altro, che mostra l’exemplum ma non è amore), fino a un ribaltamento solo apparentemente riconciliante e felice, in cui la morte dell’altro da sé è solo catarsi.

Similmente, in Idioti, l’autoreferenzialità idiota della piccola, autonoma comunità che riconosce la propria estraneità nell’agìto – soprattutto perché simulato e pretestuoso – di una menomazione e di un disagio psichico e organico, compreso e tollerato dalla società (termine in ovvia contrapposizione con la comunità) proprio perché teoricamente involontario, trova la propria poiesi in un atto individuale, quasi invisibile, ed estremamente intimo, che svela la falsificazione, rendendo evidente la rappresentazione.

Nel terzo e definitivo capitolo della “Trilogia del cuore d’oro”, Dancer in the Dark, si compie e si perfeziona il senso e il portato dell’inadeguatezza di una comunità (che diventa Comunità, universalmente intesa) che si rapporti con le azioni idealistiche e pure e disinteressate di un personaggio che diventa ancora un volta, suo malgrado, scandaloso: le cui azioni, le cui parole – cioè – creano «turbamento della coscienza e della serenità altrui» e offrono «esempio di colpa, di male o di malizia».

In tal modo, attraverso il rapporto tra azione del personaggio e reazione della comunità, una comunità davvero cieca e cupa, si definisce il valore della comunità, abissalmente negativo e profondamente retrivo, tanto da rendersi correa del destino tragico del personaggio stesso.

logo

Related posts

Servant

Servant

O del servo dei servi di Dio È difficile scrivere qualcosa di provvisto di senso su Servant, dopo quanto di cruciale Giulio Sangiorgio su FilmTv ha saputo individuare, in termini di domande da porre, verità da dire e realtà da abitare all’interno di quella che resta una delle serie più...

Scissione

Scissione

O del realismo capitalista Scissione è un prodotto distopico, nei termini in cui la distopia si declina oggi: un mondo non distante, molto prossimo se non addirittura contemporaneo al nostro, una situazione riconoscibile e praticabile, possibile e famigliare, personaggi con vite del tutto...

#Venezia80: Hokage – Shadow of Fire, di Shinya Tsukamoto

#Venezia80: Hokage - Shadow of Fire, di Shinya Tsukamoto

Il rapporto di Shinya Tsukamoto con la Mostra del Cinema di Venezia prosegue ormai da più di vent’anni, da quel 2002 in cui la giuria gli assegnò il Premio speciale per quello che resta tutt’oggi uno dei suoi massimi capolavori, ovvero A Snake of June. E’ nota (ma forse non troppo) la...