Perché la serialità non sostituirà il cinema

Perché la serialità non sostituirà il cinema

È inutile negare che le serie tv siano il fenomeno del momento, che stiano riscuotendo sempre più successo (la loro ormai stabile presenza all’interno di festival cinematografici ne è la prova), e che il loro formato stia contagiando anche l’industria cinematografica.

A questo proposito, in un articolo online de “La Stampa”[1], lo sceneggiatore Nicola Guaglianone sottolinea come film e serie tv non siano prodotti in competizione, ma, anzi, si aiutino vicendevolmente, e una prova di ciò è il fatto che registi, attori e autori di primo piano abbiano deciso di lavorare in entrambi i campi.

Di base sono d’accordo con Guaglianone, ma questo intervento nasce per sottolineare come questo aiuto reciproco in realtà si stia spostando verso un’unica direzione, non più all’insegna dell’equilibrio, ma di proporre ormai come (unico?) formato quello della serialità anche all’interno del cinema.

L’esempio più celebre è quello legato ai cinecomics della Marvel, che ogni anno lancia uno o più film su supereroi che alla fine rivelano un filo conduttore che li lega tutti, ma non è il solo: da qualche anno infatti pure la DC Comics ha iniziato a produrre la sua serie di film sui supereroi, oppure, per far notare come sia un fenomeno che coinvolga ogni genere, pensiamo alle saghe fantascientifiche senza fine di Star Wars e Transformers o a quelle d’azione di Fast&Furious o a quelle horror di The Conjuring e Saw, e potrei andare avanti…

Vero è che il cinema è un mezzo che deve seguire il gusto del pubblico per poter sopravvivere e di conseguenza creare prodotti per le masse, ma qui sorgono altri due problemi: il fatto che quando un format diventa moda si inizi a privilegiare la quantità alla qualità, e che il pubblico intervenga sempre più nella realizzazione del film. Intendo dire, e vale sia per le serie tv che per il cinema, che più un prodotto va avanti più si rischia di “allungare il brodo”, ma alla fine il brodo perde sapore. In sostanza, non c’è nulla di male a decretare la fine di un qualcosa nel momento in cui ci si rende conto che il suo percorso è finito, che non ha più nulla da dire, altrimenti si rischia di diventare schiavi di un prodotto e a terminare saranno le idee. Sul secondo aspetto parto dalla convinzione che la bellezza del cinema stia nel trovarsi davanti a un prodotto fatto e finito che ci “puppiamo” così com’è senza la possibilità di intervenire; oggi invece la mia preoccupazione è che al pubblico venga dato un potere eccessivo, più grande delle proprie capacità, e cioè quello di poter influire sull’andamento della serie (sia televisiva che cinematografica) dando la propria opinione (tramite social o siti) su personaggi, trame, ecc. finendo per scavalcare il lavoro di sceneggiatori e registi e stringendo una collaborazione diretta con la produzione: questo è un meccanismo che va bloccato perché, semplicemente, il pubblico non ha le competenze per decidere. Può dire, come è giusto che sia, se il film è bello o brutto, ma da qui a sostituirsi allo sceneggiatore ce ne corre.

Tutto ciò a mio avviso sta portando a far perdere quella che è l’essenza base del cinema, quello per cui nasce il cinema, e cioè il condividere in una sala un’esperienza piena, che coinvolga tutti, cosa che la serialità già in partenza non permette, perché se si salta anche un solo film si rischia di non capire più nulla lasciandoci dunque fin da subito un senso di incompiuto, di un qualcosa che non si potrà afferrare del tutto e così facendo il cinema rischia di diventare una presa in giro.

La responsabilità qui è anche delle case di produzione che devono tornare a rischiare di più, a investire parte dei guadagni su registi con delle idee e a dargli il loro spazio all’nterno delle sale in modo tale che con qualche saga in meno e qualche prodotto più originale di qualsiasi genere, magari adeguatamente pubblicizzato, la settima arte continui a andare avanti in meglio (o almeno si spera).

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