Un’idea di futuro possibile solo nel passato: grandi registi si raccontano

Un’idea di futuro possibile solo nel passato: grandi registi si raccontano

Più spaventoso del passato
Questo futuro innocuo
Ci avvolge come nello spazio il vuoto

              (Perturbazione – Le assenze)

In un’intervista rilasciata a Movieplayer.it il regista James Gray alla domanda sul perché registi quali Alfonso Cuarón, Paolo Sorrentino, Kenneth Branagh, Steven Spielberg, Iñárritu e lui stesso abbiano deciso nell’arco degli ultimi anni di realizzare film in cui raccontano la propria storia risponde:

«Forse stiamo tutti diventando vecchi, cerchiamo di recuperare la nostra giovinezza. Penso sia dovuto a due fattori: il primo è che è una lunga e bella tradizione che ti permette di essere personale, di mettere una parte di te nel lavoro. L’altro motivo, e so che è un po’ deprimente, è che il cinema si trova in una situazione precaria, difficile. La pandemia ha fatto molti danni. Molti di noi sentono che il cinema ci sta sfuggendo di mano, quindi vogliamo fare film personali finché possiamo.»

La risposta di Gray, uscito ora in sala con il suo Armageddon Time, è la perfetta sintesi di questo articolo che si propone di riflettere su come molti registi acclamati abbiano deciso di mettere in scena la propria storia personale, perché se è vero che è un genere che ha una lunga tradizione cinematografica, è altrettanto vero che una tale concentrazione di film autobiografici raramente si è verificata nell’arco di pochi anni.

Se infatti Roma (2018) di Cuarón può essere considerato l’apripista, anche se a quei tempi se ci avessero detto che due anni dopo sarebbe scoppiata una pandemia avremmo chiesto il TSO, è evidente che gli anni pandemici e ora postpandemici hanno visto il fiorire di opere quali È stata la mando di Dio (2021) di Sorrentino, Belfast (2021) di Branagh, The Fabelmans (2022) di Spielberg, Bardo (2022) di Iñárritu e per ultimo Armageddon Time (2022) di Gray.

Opere autobiografiche in cui i loro autori sembrano essersi rifugiati in quanto (al momento?) incapaci di raccontare un futuro, di uscire da una situazione di stallo creata dalla pandemia, che ha provocato incertezze e scoramento in tutti gli aspetti. Così l’unico modo per raccontare un mondo che verrà è quello di fare riferimento al proprio passato, quando nei (loro) anni di gioventù un futuro era possibile e immaginabile malgrado difficili situazioni familiari e/o storico-politiche.

A questo si aggiunge anche la scelta di altri importanti registi di realizzare film ambientati nel passato per rievocare un sentimento nostalgico come C’era una volta a Hollywood (2019) di Tarantino, Licorice Pizza (2021) di Paul Thomas Anderson e Babylon (2022) di Chazelle, insomma alla fine tutti sembrano voler tornare indietro e non guardare avanti.

E forse un ulteriore elemento che mantiene la situazione in stallo è proprio il fatto di lavorare all’interno di un’industria cinematografica che oggi si è ridotta ad essere un’industria quasi a rischio zero popolata di saghe, reboot, spin-off e remake di prodotti del passato da rilanciare in chiave contemporanea, ma che fa sempre più fatica a ripartire.

Che dunque ora si stia vivendo una situazione di stallo è evidente, quello che resta da capire è se i grandi registi e l’industria cinematografica troveranno una strada e la capacità per andare avanti, ma che questo possa accadere in un breve o lungo periodo non è dato sapere.

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