La signora della porta accanto

La signora della porta accanto

«Le storie spinte all’estremo sono le più esaltanti. E poi, quando si scrive, quando si filma, è piacevole fare soffrire i personaggi al nostro posto.» 

In una manciata di parole (tratte da Tutte le interviste di François Truffaut sul cinema a proposito de La signora della porta accanto) percepiamo, nitida e netta, tutta la visione di cinema e di mondo che sta dietro all’intero corpus cinematografico e alla vita stessa del regista francese: la letteratura e la scrittura come rifugio dalla quotidianità, l’amore come causa prima che regola ogni esperienza, la necessità di elaborare attraverso la finzione la malinconia e la delusione, di armonizzare attraverso il cinema tutti gli elementi discordanti della realtà ricomponendone il caos perché, secondo Truffaut «fare un film significa migliorare la vita, sistemarla a modo proprio, significa prolungare i giochi dell’infanzia».

Fare cinema diventa, per Truffaut, trovare un modo di riflettere la realtà e allo stesso tempo rimanerne a distanza trasformando il personale in universale facendo agire, parlare, soffrire e “sentire” i suoi personaggi al posto suo, chiedendoci di “sentire” con loro.

Quello che ci viene chiesto di “sentire” ne La signora della porta accanto è l’assoluta assenza di spazi liberi e di pensieri autonomi, la totale insignificanza di ogni personaggio: dal momento in cui Mathilde e Bernard si rivedono, dopo otto anni, ogni luogo è pervaso dalla presenza della loro passione, ogni pensiero è soggiogato alla sua sopravvivenza e ogni altro personaggio che non abiti quell’oppressione diventa un ostacolo. Ci viene chiesto di ammalarci della stessa malattia che ha colpito Mathilde e Bernard, di entrare nel loro vortice, di cedere al loro abisso che si nutre di bugie, di spazi violati e di ricordi alterati.

L’amour fou che in altre pellicole di Truffaut aveva comunque come fine ultimo il raggiungimento di un equilibrio personale o di coppia qui si spinge oltre, fino a diventare patologia i cui unici antidoti potrebbero essere il “parlarsi” (come si chiedono incessantemente i due protagonisti) se solo ci fosse qualcosa da dire e orecchie ragionevoli ad ascoltare, o la lontananza se solo esistessero distanze così incolmabili. 

Ne La signora della porta accanto, però, la comunicazione non ha nessun effetto sulla crudele realtà di quel sentimento e nessuno spazio ha porte o pareti così invalicabili, tanto che la discesa nella follia non può essere altro che la logica conseguenza di un’identificazione totale e fatale in quello che è il fine e l’obiettivo ultimo del sentimento stesso, cioè quello di rendersi inesauribile, smisurato e immortale

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