Alla ricerca di una certa tendenza del cinema contemporaneo

Potrebbe sembrare banale e prevedibile che l’uscita in sala di un film seminale come Quarto Potere, che nella storia del cinema è riuscito a fissare un prima e un dopo rivoluzionando sotto ogni aspetto la grammatica tradizionale del mezzo (dalla struttura narrativa fino alla messa in scena), sia stato in qualche modo oggetto di discussione e abbia contribuito alla scelta sul tema che Billy si pone di affrontare questo mese.

La realtà è che, invece, l’uscita del monumentale esordio di Orson Welles si colloca all’interno di una serie di riflessioni più ampie – che sono sconfinate spesso nella transmedialità, addirittura nell’extramedialità del cinema inteso in senso stretto – sull’uso dell’immagine, sulla sua funzionalità e sul suo peso all’interno del linguaggio cinematografico contemporaneo.

«Appartengo a una generazione di cineasti che hanno deciso di fare film avendo visto Quarto Potere». Ḗ da questa dichiarazione di Truffaut, da cui si evince non solo l’importanza che il film ha avuto per il regista francese ma, di conseguenza, anche per tutto il cinema mondiale del secolo scorso, che ha preso vita la riflessione intestina alla nostra redazione: quanto è attuale, o per meglio dire in atto, l’idea di cinema che Truffaut aveva derivato da Quarto Potere? Come si concilia la sua «necessità di rendere naturale ciò che può sembrare eccezionale» con la possibilità che la tecnologia contemporanea ci offre di rendere perfetta ogni singola immagine a discapito di un equilibrio di rappresentazione che mette in discussione la nostra sospensione dell’incredulità – come già sosteneva Baudrillard ne Il complotto dell’arte – attraverso «un’orgia di mezzi e di sforzi impiegati a squalificare il film con un eccesso di virtuosismo, di effetti speciali, di cliché megalomani […] più ci si avvicina alla perfezione realistica dell’immagine, più si perde la forza dell’illusione». 

In sintesi: in che modo Jules e Jim o Quarto Potere comunicano la loro importanza all’interno dell’arte (quindi non al singolo ma alla massa) in un mondo in cui i modi di produzione, comunicazione e fruizione dei flussi di immagine sono inevitabilmente e irrimediabilmente mutati? Riescono ancora a dialogare con il reale contemporaneo e arrivare al pubblico, oppure la distanza nel tempo le ha trasformate in opere che costringono a essere raggiunte esclusivamente dai singoli e in maniera soggettiva?

Ovviamente tutte queste domande hanno generato risposte diverse, non necessariamente giuste o sbagliate, le quali hanno generato altre domande, alimentando il dibattito che continuerà per questo mese e in cui ognuno racconterà la propria visione di cinema che poi, come diceva Truffaut, è un’idea di mondo attraverso l’immagine che, come sostiene Morin ne Il cinema o l’uomo immaginario, «non è solo il punto di incontro tra reale e immaginario ma è l’atto costitutivo radicale e simultaneo del reale e dell’immaginario».

Bisogna quindi arrivare a concepire non solo la distinzione, ma anche la confusione tra reale e immaginario; non solo la loro opposizione e concorrenza, ma anche la loro complessa unità e complementarità».

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