Marilyn, Joker, Lady D.: tre reazioni a un mondo carnefice

Marilyn, Joker, Lady D.: tre reazioni a un mondo carnefice

E se il carnefice non fosse una persona, una entità, ma un sistema e/o un ambiente in cui si vive? All’interno della produzione cinematografica e televisiva di questi ultimi anni abbiamo assistito a rappresentazioni di figure iconiche il cui denominatore comune è una insofferenza nei confronti del mondo in cui vivono per motivi come emarginazione, oppressione, sfruttamento tali da non resistere più e cercare di conseguenza delle contromisure per andare avanti.

Questo articolo in particolare vuole proporre una riflessione su tre film molto discussi, usciti in tre anni differenti e che hanno al centro tre figure apparentemente molto diverse, ma legate da un comune senso di disagio a cui, ognuna a suo modo, cercano di porre rimedio: stiamo parlando di Blonde (2022) di Andrew Dominik, Joker (2019) di Todd Philips e Spencer (2021) di Pablo Larraín.

Dominik nel suo Blonde più che mettere in scena la vita di Marilyn Monroe ci mostra Norma Jane Baker (vero nome della diva), perché il film vive sì del dualismo tra Marilyn e Norma, ma è quest’ultima a farla da padrone (anzi si potrebbe dire che Marilyn quasi non ci sia). Norma è una donna che ha vissuto da bambina con una madre malata di mente e che non ha mai conosciuto suo padre, una donna il cui esordio nel mondo del cinema è legato a uno stupro subìto da parte di un produttore che dopo il rapporto le dà il suo primo ruolo.

Un ambiente dunque, quello del cinema, che fin da subito di Norma desidera e sfrutta unicamente il corpo perché della sua sensibilità e delle sue capacità intellettive (cita diverse volte Dostoevskij e Čechov) sembra non importare niente a nessuno. Ed è attraverso i film che quel desiderio di “possedere” quel corpo viene trasmesso anche al pubblico. Per questo Norma “crea” Marilyn, un suo alter-ego, una maschera per sopravvivere a quella industria cinematografica che la sessualizza, la deprime e la fagocita, e a questa sua immagine si abbandona, perché Norma da sola non riuscirebbe ad andare avanti, al punto tale da dimenticare se stessa, non a caso quando si vede sul grande schermo (alla presenza di un pubblico entusiasta, arrapato, dal ghigno desideroso e beffardo) non si riconosce, dice di non essere lei, quella “maschera” non la rappresenta, perché quello che vuole in verità sarebbero in sostanza due cose: avere quel bambino che non ha mai potuto avere a causa di due (o forse tre?) aborti, allontanandosi così dalla vita sotto ai riflettori, e ritrovare il padre mai conosciuto.

Quel padre mai conosciuto che anche Arthur Fleck in Joker cerca disperatamente e che crede, su indicazione della madre, anche lei squilibrata come quella di Norma, essere Thomas Wayne per poi però scoprire che non è così e, come se non bastasse, pure il “padre putativo” Murray Franklin finisce col disprezzarlo e deriderlo. È allora che Arthur si mette definitivamente la sua maschera di Joker, non per sopravvivere, ma perché con essa può dare il via alla “rivoluzione” contro una società che non solo non aiuta gli ultimi (Arthur si vede tolto un sussidio economico di cui beneficia), ma che li disprezza e si sente autorizzata a prenderli in giro.

L’ambiente in cui Arthur è cresciuto è quello di una realtà degradata e con una disuguaglianza sociale sempre più marcata dove anche quelli che potrebbero essere appigli a cui aggrapparsi (i legami familiari e amicali) risultano instabili e allora l’unica consolazione sono i sogni (come immaginare di avere una storia con la propria vicina di casa), ma nel momento in cui non si hanno più neanche quelli ecco che rimane solo l’odio, quell’odio espresso dal clown della poesia di Verlaine che sorride a un pubblico che detesta, un odio che sfocia in una rabbia collettiva e simbolo di ciò è l’uccisione in diretta televisiva di Murray, che è la reincarnazione della società da abbattere, da parte di Joker, un gesto che segna anche la fine della ricerca del padre.

Se Joker uccide il suo padre “figurato” per poter così “nascere”, Norma (e con lei Marilyn) invece si uccide nel momento in cui apprende che le lettere che riceve saltuariamente non sono state scritte dal suo presunto padre, ma sono uno scherzo.

Arthur e Norma condividono dunque una identica situazione familiare che è l’origine delle loro fragilità e a cui reagiscono in modo differente, ma anche chi invece ha, o almeno dovrebbe avere, una situazione familiare più stabile (per usare un eufemismo), finisce per soffrirne, come la Lady D. di Pablo Larraín in Spencer.

Un film, quello del regista cileno, che non è un biopic, ma, come lui stesso ci dice, «una favola tratta da una tragedia vera» che si concentra nello spazio di tre giorni e in cui vediamo una principessa Diana succube e profondamente insofferente nei confronti dei riti e delle tradizioni secolari della (sua) famiglia reale che le provocano un disagio, un senso di smarrimento testimoniato da quel «dove cazzo sono?» che è la sua prima battuta. La stessa famiglia reale sembra ignorarla se non per ricordarle i suoi doveri e di conformarsi alle pressioni che il suo ruolo richiede oltre a esprimere preoccupazioni per la sua salute mentale. Lady D. invece vorrebbe semplicemente stare con i suoi due figli senza tante manfrine e senza sentirsi continuamente controllata come una vera e propria prigioniera in una gabbia dorata. Una situazione da cui riesce a evadere, paradossalmente, non indossando una maschera (a differenza di Arthur e Norma), bensì dismettendola, emancipandosi dalla sua stessa storia perché qui Diana non muore, ma, come scrive il nostro direttore Matteo Lolletti, «diventa ciò che sarebbe potuta essere, e non ciò che è o che è stata: non solo nulla si ripete, ma nulla è (ancora? mai?) accaduto»[1] rivendicando dunque una sua autonomia, una sua identità simboleggiata nella scena finale quando, portando i figli con sé, risponde solo «Spencer» alla voce filtrata di un’addetta di un McDrive che chiede a che nome deve mettere l’ordinazione.

Concludendo, Norma, Arthur e Lady D. sono dunque tre figure che hanno deciso di indossare o dismettere una maschera per sopravvivere o per reagire a un mondo carnefice nei loro confronti, a un mondo che non sentono loro. E noi quanto lo sentiamo nostro?


  1. Cfr. https://www.billyrivistacinematografica.it/2022/01/24/spencer/
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