Alice in Borderland 3: la morte è più vicina che mai.
Dopo quello che era stato un finale sofferto all’insegna del misterioso Joker, in cui tutti speravano che le agonie dei protagonisti fossero finalmente terminate, solo per scoprire che invece la tortura sarebbe andata avanti, dal 25 settembre è disponibile su Netflix la terza stagione di Alice in Borderland, il survival giapponese diretto da Shinsuke Sato basato sull’omonimo manga scritto e disegnato da Haro Asō.
Tutti si aspettavano altri game, ovvero quei giochi logici o fisici davvero pericolosi che i protagonisti devono affrontare per sopravvivere, senza poter fuggire. Ma nessuno si sarebbe immaginato che il regno fantastico di Borderland si sarebbe configurato come una sorta di fiume Stige, che nella mitologia greca è considerato il confine tra la vita e la morte, il luogo simbolico di passaggio dall’esistenza terrena al regno dei defunti.
E sì, c’è anche un traghettatore, proprio come Caronte. Solo in una versione più umana.
La serie TV, che per la dinamica dei game orrorifici ricorda Squid Game — dove talvolta giochi di squadra, talvolta da solo — ha in realtà un significato ben più filosofico e drammatico.
Non esiste nulla che l’amore non possa sconfiggere, nemmeno la morte. È questo il fil rouge di una stagione che si apre con Arisu (Kento Yamazaki), un uomo nuovo che aiuta gli altri sopravvissuti al meteorite caduto su Tokyo a elaborare il trauma. Al suo fianco c’è Usagi (Tao Tsuchiya): i due sono sposati e si sono ricongiunti dopo essersi risvegliati dalle prime due stagioni, completamente immemori di ciò che avevano vissuto a Borderland.
Nessuno ricorda nulla. Ma la memoria tornerà presto, quando i due verranno risucchiati di nuovo in quel mondo, spinti da una sorta di patto con il diavolo che promette di realizzare i loro desideri più reconditi, intenti a ricongiungersi. Ma niente, come sempre, è gratis.
Ma cosa lascia davvero il segno in questa stagione?
“Da quando sono tornata qui ho capito una cosa: le ferite diventano le ragioni per vivere.”
È questa la frase pronunciata da Usagi nel quarto episodio, subito dopo essere sopravvissuta a un game. Il dolore come motore della vita. La vita come lotta continua.
Interessante il personaggio nuovo di Ryuji (Kento Kaku), che incarna l’uomo con il desiderio faustiano di scoprire cosa ci aspetta dopo la morte, e che, pur di scoprirlo, oltrepassa il confine senza pensarci due volte, nonostante la paura. Ma la sua sorte ci ricorda che possiamo conoscere la morte solo sperimentandola: essa è più grande di noi.
La serie ci spinge a pensare che la morte sia come una partita di carte: aleatoria, crudele, imprevedibile. E come scrive Virgilio nell’Eneide, Audentis fortuna iuvat — “la fortuna aiuta gli audaci”. Il destino favorisce proprio coloro che osano e si assumono dei rischi. E forse è per questo che i nostri eroi, talvolta in modo discutibile, si salvano sempre.
Alice in Borderland è un chiaro riferimento culturale ad Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll (1865). Se osserviamo le analogie sono molte.
Quella di Alice è una metafora che è stata richiamata più e più volte nella cultura moderna. Come riporta lo scrittore Gianni Celati nel suo saggio Alice disambientata del 1977, Alice non è un simbolo, ma una figura: non dobbiamo decifrarla, ma seguirla nel suo percorso, perderci con lei nel mondo delle meraviglie. È emblema di resistenza, disambientamento e trasformazione identitaria.
Come Carroll fa precipitare la sua Alice nel rabbit hole — il buco del coniglio — verso un mondo sotterraneo e irrazionale, così la serie catapulta Arisu e i suoi amici in una Tokyo distopica e abbandonata. È un Borderland governato da regole bizzarre e crudeli, dove la razionalità va abbandonata perché non esiste, e la sopravvivenza è l’unica legge.
E proprio come l’Alice di Carroll, che nel corso delle sue avventure non segue un movimento logico e lineare ma procede a zig-zag, spinta da impulsi e situazioni paradossali, anche i personaggi di Alice in Borderland vengono “sballottati” da una scena all’altra, in modo completamente casuale, senza avere mai idea di cosa spetta loro.




