IL FUOCO CHE TI PORTI DENTRO

IL FUOCO CHE TI PORTI DENTRO

BILLYoteca è la nuova, attesissima, irrefrenabile rubrica letteraria dedicata all’ennesima perversione di questa redazione. Siamo accanitə cinefilə che girano per sale, festival e rassegne, ma non viviamo solo di settima arte. Dunque, dopo una gestazione lunga diversi mesi, finalmente abbiamo messo nero su bianco l’Irrefrenabile rubrica letteraria: uno spazio pronto ad accogliere le nostre divagazioni attorno ai libri che abbiamo divorato e che ci hanno divorato dentro; impilati sul nostro comodino, prestati e mai recuperati, ricevuti e mai restituiti.
Insomma, qui si scrive di libri — e lo facciamo a modo nostro.

Citando Chiara Valerio, ci sono solo due cose certe: la morte e la madre. Dunque perché non popolare questa rubrica con un libro che parla, in un certo senso, di entrambe? Nel 2024 Antonio Franchini ha pubblicato per Marsilio Il fuoco che ti porti dentro, uno tra i libri più interessanti dell’anno, capace di divertire, emozionare e respingere allo stesso tempo. Perché più che la sua ironia affilata, che pure può sembrare a tratti irriverente, ciò che colpisce è la precisione chirurgica, la facilità con con cui ci costringe a intravedere tra le righe frammenti della nostra storia personale.

È possibile sfatare il mito della madre perfetta e accudente? O siamo abituati perlopiù a mettere in discussione i nostri padri, spolverando e ricostruendo i traumi che ci hanno formati o distrutti? Ecco: Franchini, nel libro, racconta la vita e la morte di sua madre, Angela, un personaggio straripante di incontenibile cinismo; una donna che ne ha per tutti e per tutto, figli inclusi.
Angela incarna, secondo l’immaginario comune, l’’anti-materno’: non è accudente, non è docile, non abbraccia, non consola. Una sfilza di “non” che costruisce una figura materna anomala rispetto al repertorio collettivo della “madre meridionale”. Materialista e xenofoba, legge il mondo attraverso il filtro della malizia e della perenne insoddisfazione; i suoi soliloqui sono invettive che sfibrerebbero anche i muri. Questa voce continua, disturbante, comica e crudele insieme, che parla dialetto e si colora di sostantivi barocchi, è il cuore pulsante del racconto.

Franchini prova a definire i contorni di questa madre complessa dalla quale è fuggito a 19 anni, per poi ritrovarsela al Nord come vicina di casa in età adulta, attraverso un flusso di aneddoti che la ritraggono accanto ad altre figure — familiari e non — in una serie di interazioni tragicomiche che ne rivelano la ruvidità. I suoi soliloqui delineano un personaggio pieno di contraddizioni che, nella sua radicalità, sfata il mito della madre del Sud e, al tempo stesso, racconta un’epoca.

“Rivendicando a sua maggior gloria il fatto di essere condannata a un’attività cerebrale incessante, a una progettualità inesausta, Angela sostiene che neppure la notte trova pace, perché non dorme, pensa.
Apparentemente a bollette, pagamenti, acquisti, rate, debiti: tutto lo strascico di pragmatica minutaglia cui non bada l’uomo che ha sposato, di vent’anni più vecchio di lei […]”.

Ragiona e sragiona, nutre la sua rabbia e le sue congetture in un sistema rancoroso che si autoalimenta e che sputa bile su marito, figli e figlie, contaminando anche le loro vite. Non è la madre che si immola per il bene della prole: è quella che rende l’esistenza estenuante.

Ma cosa genera questa rabbia incandescente che dalle viscere esce e pervade ogni rapporto, ogni dialogo, ogni riflessione di Angela? Forse un senso di inferiorità che nasce da condizioni di partenza non privilegiate — poche possibilità, opportunità mancate — e che alimenta una frustrazione trasversale. Non ha fatto la guerra, ma è cresciuta nella ristrettezza economica; ha avuto la possibilità di andare via, ma per ragioni diverse è rimasta lì, insieme al marito con il quale condivideva solo i pasti e le notti, in un contesto permeato da dinamiche di violenza e sopraffazione più o meno manifeste.
Il punto, però, non è appiattire il personaggio di questa madre su un ritratto vittimistico della “donna del Sud”, bensì riconoscere la complessità di ciò che la muove, anche quando le sue eccedenze sembrano ingovernabili e inspiegabili.

Con naturalezza e un’ironia tagliente che spesso spiazza, l’Angela raccontata da Franchini ribalta una serie di stereotipi che soffocano la figura della donna e della madre, e che presuppongono l’accudimento come qualcosa di genetico, naturale, inscritto nel sesso biologico e nel ruolo sociale.
Ecco perché Angela rappresenta, in fin dei conti, un anti-materno lontano da qualsiasi forma di romanticizzazione. A modo suo, questa figura è insieme oppressione e resistenza: non aderisce al ruolo che la società si aspetta da una genitrice, portatrice di una rabbia sfibrante che pesa su di lei e sugli altri, un’ira che se proveniente da una figura femminile — socializzata alla docilità, alle buone maniere e al contenimento — risulta meno tollerabile e molto più destabilizzante rispetto alla stessa rabbia espressa da un padre, legittimato a un ventaglio più ampio di emozioni negative.

Ecco dunque la forza di questo libro: abbozzare un lessico familiare alternativo capace di descrivere le zone vulcaniche e complesse di una figura femminile – quella di madre – spesso escluse dall’immaginario collettivo. Un lessico che dà corpo all’anti-materno contemplandone l’esistenza, alle madri di cui ci siamo vergognati, da cui siamo fuggiti e che abbiamo ritrovato quando hanno iniziato a dissolversi nella malattia, un lessico che non omette quella parte scabrosa, non conciliata e non conciliabile con l’esterno, che Franchini non edulcora ma che fa brillare con grande dignità nei toni tragicomici di una storia che potrebbe essere anche un po’ la nostra.

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