Where to? di Assaf Machnes

Where to? di Assaf Machnes

C’è una scena, in Where To?, che ne sintetizza il problema con quasi perfetta involontaria precisione: Hassan, cinquantacinque anni, palestinese, guida un’auto di notte per Berlino,mentre Amir, israeliano, venticinque anni, è sul sedile posteriore. Si guardano attraverso lo specchietto retrovisore. È un’immagine che qualcuno definirebbe bella, costruita bene, ed è vero, di sicuro, ma è l’immagine che rappresenta irrimediabilmente tutta la difficoltà di quello che questo film vuole fare e non riesce a fare, o che fa in modo inaccettabile.

Machnes, il regista, ha raccontato che il film è nato in un inverno a Berlino, tra un amore difficile, la solitudine e poi il tassista palestinese con cui sente un’intesa silenziosa e inspiegabile. «Mi sono chiesto: cosa succederebbe se finissi a Berlino e continuassi a incontrare questo autista?», si chiede e, per carità, è una domanda legittima, da cui nasce una storia tecnicamente onesta, delicata, ben recitata, con Ehab Salami che costruisce Hassan con economia e dignità reale. Ma non basta.

Non basta perché il problema è esattamente nella struttura del racconto, non nei dettagli. Where To? è un film che confina un autista palestinese e un passeggero israeliano in un viaggio condiviso, usando la prossimità forzata come metafora di entanglement politico, asimmetria e realtà irrisolta. Ed è qui che tutto s’inceppa, perché l’asimmetria tra un palestinese esule e un israeliano smarrito diventa un problema esistenziale simmetrico, come se le storie dei due fossero paragonabili nella loro tristezza, come se l’identità e il dolore si equivalessero — in un qualche modo misurabile — nel perimetro di un Uber berlinese. Non esiste.

E infatti il film si muove verso l’ottobre 2023, sorpassa gli eventi del 7 e tutta la violenza che ne è seguita, quel genocidio che Machnes ha dovuto decidere come (non) includere, sostenendo che «l’incontro era toccante prima, e sarebbe stato toccante dopo». Il che è anche vero, ma al tempo stesso è una postura che denuncia irrimediabilmente la questione: nella grammatica di questo film, il 7 ottobre e quello che è venuto dopo — la distruzione di Gaza, decine di migliaia di morti, un genocidio documentato e in corso — è un “contesto”, uno sfondo che non cambia la natura dell’incontro tra i due uomini che si capiscono, in fondo, meglio di chiunque altro. Mah.

Machnes dice di essere «orgoglioso di fare un film che suggerisce il dialogo», che è «una grande conquista in tempi in cui il clima è tutto incitamento e separazione». Peccato che il dialogo, in questo preciso momento storico, non sia un valore neutro, ma sia anzi una posizione politica. La “normalizzazione” — il termine che il movimento culturale palestinese usa per descrivere esattamente questo tipo di operazione, ossia israeliani e palestinesi che si siedono insieme e si riconoscono come esseri umani in modo da neutralizzare la dimensione del conflitto — non è un concetto astratto, qui. È la forma che assume il cinema quando sceglie di risolvere una violenza asimmetrica in un’estetica della riconciliazione. E non è accettabile.

Di nuovo le contraddizioni, di nuovo Tricia Tuttle che distingue la Politica con la P maiuscola dalla politica con la p minuscola. Perché Where To? ha la presunzione di occuparsi della seconda mentre si smarca dalla prima, con un finanziamento del Ministero della Cultura israeliano che non è un dettaglio marginale, poiché è parte della prima, e il film non lo interroga, non lo problematizza, semplicemente non lo vede. Esattamente come il passeggero che guarda lo specchietto retrovisore senza chiedersi mai dove sta andando il guidatore, davvero, una volta che l’ha lasciato sul marciapiede.

Certo, il film è delicato, non è propaganda e non è rozza equivalenza, anzi c’è genuino rispetto per la complessità di Hassan come personaggio, ma la delicatezza, in certi contesti storici, può essere una forma più sofisticata di cecità. Where To? è un film che si chiede dove stiamo andando, e la risposta che dà — insieme, possiamo capirci — è politicamente più compromessa di quanto il suo sguardo empatico voglia ammettere. E non può essere altrimenti.

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