A RUSSIAN WINTER di Patric Chiha

A RUSSIAN WINTER di Patric Chiha

Se è vero che il cinema del reale è una specie di test di salute importante per un festival, e lo è davvero, questa Berlinale fa di tutto per (di)mostrarsi generosa nei confronti del documentario, soprattutto se pensiamo a quel cinema degli spazi negati in cui gli spazi in questione sono soprattutto un’urgenza materiale, se non addirittura un campo di battaglia politico. Quindi, ok, facile a dirsi, A Russian Winter di Patric Chiha è tutto questo, certo, ma, meno ovviamente, è anche — e profondamente — qualcos’altro.

Chiha abita da sempre percorsi non convenzionali e anche questa volta ha scelto di avvicinarsi alla materia del reale, la guerra russo-ucraina, da un lato che non si guarda spesso, provando a collocarsi da quella parte che magari si preferisce non vedere, perché non rientra nelle categorie con cui il discorso pubblico ha archiviato o decodifica il conflitto. A Russian Winter parla di esuli russi, ma non delle circa novecentomila persone che dal 2022 hanno lasciato la Russia per non finire in carcere, in trincea o in entrambi i posti, quanto di alcune singolarità, due in particolare: Yuri Nosenko, musicista punk moscovita dei primi Duemila, e Margarita, bloccata in Turchia. Due artisti, due amici, due figure, due ombre che camminano per Parigi e Istanbul parlando della propria condizione con la naturalezza agghiacciante e (dis)umana di chi ha smesso di pensare al futuro.

Due persone che camminano e parlano mentre la città intorno diventa lo spazio di una riflessione che non cerca risposte, e il tempo che passa non porta con sé la possibilità del cambiamento, perché è tempo è sospeso, congelato — invernale, per dirla con il titolo — e ogni possibilità, ogni ipotesi altra dal contingente è stata confiscata dalla storia, dal regime, dalla geografia.

Quindi A Russian Winter non è un film sulla guerra in Ucraina, non ci sono le immagini della distruzione, non ci sono le vittime, non c’è il fronte. C’è invece l’altra parte di quell’orrore, fatta di giovani russi che si sono sottratti e ora si ritrovano in un limbo di visti negati, identità alterate, rapporti familiari devastati, padri morti al fronte con la Wagner, e un presente che non si riesce a trasformare in qualcosa di diverso. Sia chiaro, però, che non si tratta di avere simpatia per il lupo quando è il gregge a morire, e Chiha lo sa e lo dichiara in maniera programmatica e con una scelta radicale di linguaggio.

A Russian Winter infatti non cerca empatia, almeno non nel senso consolatorio del termine, non vuole commozione per persone che non presenta come eroi, e che non assolve dal peso di appartenere a un Paese che ne sta aggredendo un altro. Piuttosto li osserva come si osserva una possibilità che non è pensabile capire completamente, raccogliendo frammenti — di voci, di ricordi, di conversazioni — e rappresentandoli con una logica che più che narrativa è, appunto, climatica, nel senso del freddo che il titolo si porta dentro, quello che non vedi ma che a un certo punto ti accorgi che ti ha già preso.

È un film onestamente faticoso, frammentario, apparentemente senza direzione, con una raccolta di testimonianze che galleggiano senza un centro di gravità permanente né evidente. Chiha raccoglie il cinismo, la depressione, l’intorpidimento emotivo, il senso di colpa, la nostalgia, la paranoia di queste vite indecise, e lascia tutto lì, senza ordine, senza spiegazioni. Non sappiamo dove stiamo andando, ed è una sensazione scomoda che resta tale anche quando la storia si stringe attorno a Yuri e Margarita, quando le voci trovano un ritmo e il disordine si rivela come un precipitato formale dello spaesamento che descrive. A Russian Winter è necessariamente confuso perché sono confuse le vite che abita, è senza direzione come senza direzione sono quelle vite, è sospeso perché lo stesso loro tempo lo è. Ma Chiha ha il controllo di quello che sta facendo, tra le strade militarizzate di Mosca radiografate in bianco, nero e rosso, e un ballo disumano in green screen, tra una festa in maschera che assomiglia alla fine del mondo e la rottura del realismo a suggerire una dimensione quasi onirica, diremmo spettrale, dell’esilio.

È cinema della simultaneità, fatto di corpi che portano dentro di sé geografie in conflitto, con Yuri e Margarita che non sono né russi né francesi né turchi, che non sono più quello che erano e non sono ancora quello che diventeranno, se mai lo diventeranno. Sospesi tra il prima e il dopo, tra il Paese che hanno lasciato e quelli che non li accolgono, in una sospensione che non è una condizione temporanea ma è diventata identità. Perché l’esilio è una forma di inverno perpetuo, ci dice il film, dove il freddo non c’entra banalmente con il dolore ma diventa una condizione esistenziale permanente, quella di chi non ha più una stagione diversa da attendere.

Durante il Q&A, Chiha ha detto che il suo film «non è una dichiarazione politica, ma è un film politico»,  giusto per rispondere a Wenders e Tuttle. E lo è — politico — nel senso più autentico, secondo noi, perché A Russian Winter non parla di Putin, non parla della NATO, non parla delle sanzioni, ti dice come ci si sente quando il tuo Paese decide che la tua vita vale meno della sua guerra, di come ci si sente a vivere in un presente che non ti appartiene più, e ti dice come — facendoti male — l’opposizione al regime non ti metta automaticamente dalla parte giusta della storia, non ti assolva, non ti renda eroe. Yuri e Margarita sono, nelle parole di Chiha, «giovani che vivevano già ai margini del sistema post-sovietico» e che ora si ritrovano «come passeggeri su un treno che attraversa all’infinito l’inverno russo». Non vittime, non eroi, non simboli, “solo” persone che si portano addosso il peso di un Paese che non hanno scelto.

A Russian Winter un film che chiede pazienza — a tratti forse troppa — ma che alla fine lascia un’inquietudine che non ha un nome preciso, e che forse è la forma più onesta che il cinema del reale possa dare al nostro tempo: non la denuncia, non il riscatto, ma il freddo, il freddo e basta, e l’impossibilità di sapere quando finirà.

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