MOSCAS di Fernando Eimbcke

MOSCAS di Fernando Eimbcke

Come finirà questo film lo capisci dal primo minuto, forse già dal titolo, lo sai perché è una storia che abbiamo visto mille volte, quella in cui c’è un adulto chiuso nel proprio dolore e un bambino che lo libera. Quindi sì, lo sai, subito, anche prima, ma non te ne frega niente.

Perché Moscas è un film che fa qualcosa proprio attraverso la sua prevedibilità, visto che la abita e la rende familiare nel senso più forte del termine, cioè portandola dentro casa, facendola sedere e offrendole il pranzo, in una sorta di “prevedibilità inaspettata”, in cui sai dove stai andando ma non sai come ci arriverai, con quanta grazia e con quanta cura. È un piccolo film, Moscas, ma non è un film piccolo.

Quindi, per capirci, da un lato abbiamo Olga, una donna sofferente e scostante che non vuole entrare nella vita degli altri perché nella propria vita non c’è più spazio per niente e ogni angolo è già occupato da qualcosa che non si vede. E dall’altro c’è Cristian, che ha nove anni, tiene il mondo intero in un videogioco arcade su un marciapiede, ed è una mosca, nel senso che «la mosca è una presenza viva e indesiderata che entra nella tua vita, qualcosa di cui vorresti liberarti ma che non puoi ignorare, e una volta che è entrata, cambia tutto», come dice Eimbcke.

E infatti, ovviamente, come previsto, Cristian cambia tutto, ma è il modo in cui lo fa la ragione per cui questo film esiste e per cui, in qualche modo, ci ha scavato dentro fino alle lacrime. Sarà stato il bianco e nero, quasi metallico, che trasforma Città del Messico in una città senza tempo, sospesa tra gli anni Cinquanta e un presente che potrebbe essere qualsiasi presente, ma, poiché Moscas è fondamentalmente un film incline al sentimentalismo e alla commozione, questo monocromo argenteo è davvero una scelta di “contenimento” che evita il ricatto emotivo, in modo da far restare più pura la materia, più asciutta, più onesta, come fosse un distillato.

Così come quando capisci che il film è una partitura sostanzialmente priva di musica, capisci anche che i rumori sono, letteralmente, la colonna sonora di Cristian, il suo modo di stare al mondo, in una scelta radicale che toglie invece di aggiungere, e ci costringe a stare dentro l’emozione senza che niente ci dica cosa dobbiamo provare.

E se è vero che la macchina da presa è spesso all’altezza di un bambino di nove anni, e guarda il mondo da lì — dai limiti dei marciapiedi, dai bordi dei letti d’ospedale troppo alti, dalle gambe degli adulti che vanno e vengono — è altrettanto vero che non si tratta solo di un espediente visivo, ma di un’etica dello sguardo. Perché Moscas guarda il mondo dalla prospettiva di chi non capisce ancora tutto ma sente già tutto, e non ti chiede niente, perché c’è un dolore, dentro Moscas, che ha la forma di un indumento troppo piccolo, e tanto basta per diventare straziante senza alzare la voce, senza muovere niente.

In questa Berlinale un po’ confusa e maldestra, Moscas occupa un posto apparentemente marginale, una posizione da cui ti racconta che le mosche, alla fine, sono la vita, e che la vita non si caccia via, anche se è fatta di soldi che non ci sono, di ospedali che non ti fanno entrare, di stanze in subaffitto, di lavoro nero, di classi sociali che determinano chi può permettersi di soffrire con dignità e chi no.

Quindi, nonostante sia chiaro come andrà a finire fin dal primo minuto, forse da prima, Moscas, alla fine, somiglia solo a sé stesso: perché guarda, aspetta, sta vicino, e le fa con grande pudore e rispetto. Rispetto per i personaggi, per la storia, per noi che guardiamo. E per le mosche.

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