SOUMSOUM, LA NUIT DES ASTRES di Mahamat-Saleh Haroun
È un’ammissione né facile né elegante, quella che stiamo per fare, però sentiamo che è il punto esatto da cui dobbiamo partire per parlare di questo film, che è un film che, fondamentalmente, ti chiede di fare i conti con il modo in cui lo guardi, e c’è stato un momento in cui abbiamo capito che lo avevamo guardato nel modo sbagliato.
C’è Kellou che ha diciassette anni e vive in un villaggio ai piedi dell’altopiano dell’Ennedi, nel Ciad nord-orientale, che per qualcuno, probabilmente a ragione, è la culla dell’umanità intera. Quindi c’è Kellou e Kellou ha delle visioni che non capisce, che le impediscono di dormire, che la rendono diversa. Non solo, è una «ragazza di sangue», per il villaggio, perché sua madre è morta dandola alla luce. Poi Kellou incontra Aya, una donna anziana e soprattutto una reietta, emarginata perché concepita in una «notte delle stelle» (il soumsoum, appunto), che è un rituale notturno di maschere, desiderio e sconvolgimento dei sensi. Aya è il capro espiatorio di ogni disgrazia che colpisce la comunità, e, fin qui, si potrebbe pensare di avere gli strumenti per leggere il film. Cioè qualcuno dice realismo magico africano, altri percorso iniziatico, oppure emancipazione femminile, spiritualità ancestrale, ed è tutto corretto, tutto pertinente, per carità, ma anche tutto — e qui ci inchiodiamo — irrimediabilmente insufficiente.
Vogliamo dire che il problema non è Soumsoum, il problema siamo noi e lo sguardo con cui guardiamo il film, che è uno sguardo — diciamolo — involontariamente coloniale, formato da decenni di cinema occidentale che ci ha insegnato a leggere l’Africa attraverso categorie che non le appartengono e come un unicum. E Haroun, il regista, lo sa benissimo, e infatti costruisce un film che rifiuta sistematicamente di offrirci queste chiavi di lettura, o, meglio, magari ce le offre anche, ma poi ci guarda mentre le usiamo, e ci smonta.
Haroun ha detto una cosa, poetica e precisa: «ho a volte l’impressione di vedere film con immaginari e storie dominanti girati dall’altra parte del mondo, film hollywoodiani, che però in realtà sono girati nel sud globale. Un intero immaginario è stato colonizzato, semplicemente perché si vogliono conquistare gli spettatori. Ma la creazione è anche uno spazio di resistenza. E resistere significa fare le cose in modo diverso, proporre qualcos’altro». Soumsoum è sicuramente «qualcos’altro», tanto altro da non lasciarsi addomesticare.
Haroun filma i volti come fossero paesaggi e i paesaggi dell’Ennedi come fossero personaggi, e non è una grande novità neanche per il cinema occidentale, ma lo fa con un’inversione radicale di prospettiva: il paesaggio diventa il depositario di una memoria che precede qualsiasi narrazione, e che quindi non ha bisogno di essere raccontata per esistere, perché il deserto dell’Ennedi è — nelle parole del regista — il posto da cui tutti noi, in quanto specie, siamo migrati. Quindi non può esserci esotismo in un luogo che ci rivendica come figli, se decolonizziamo lo sguardo.
E così di nuovo siamo inchiodati, da un ritmo che non è il nostro, da un modo di costruire il racconto che non segue la drammaturgia a cui siamo educati, da momenti in cui le visioni si avverano senza clamore, da una lentezza deliberata e non negoziabile. Qualcuno ha scritto, in un candore rivelatore, che «il ritmo diventa letargico» e che «niente di drammatico succede davvero». È verissimo, ma solo se il modello di riferimento è il racconto con tre atti e un climax, solo se il dramma deve per forza esplodere in una scena, solo se il tempo del cinema deve corrispondere al tempo del consumo. Soumsoum non è lento, ha solamente un tempo diverso, che è quel tempo in cui le storie non si raccontano per intrattenere ma per avere cura, per custodire.
Qui c’è la trasmissione di un sapere che il mondo contemporaneo sta cancellando, un sapere che non è “magico” nel senso in cui lo intendiamo noi, ma è semplicemente una cosmogonia diversa dalla nostra, in cui il visibile e l’invisibile non sono separati, gli antenati sono presenze e la notte ha un potere generativo che il giorno non conosce.
In questo senso Soumsoum è un archivio, è il tentativo — politico, nel senso più profondo e meno strumentale del termine — di preservare un immaginario che resiste all’omologazione. E così trascende simultaneità e negazione, perché la simultaneità di Haroun è più radicale e più antica, è quella di chi vive tra il tempo dei vivi e il tempo dei morti, e lo spazio che racconta è uno spazio che precede la politica, che la Politica non è riuscita a raggiungere e che è urgente difendere.
Il film non è perfetto, sia chiaro, perché si ripete, perché alcuni passaggi tra i registri sono poco fluidi, e perché c’è una tensione irrisolta, un attrito tra l’ambizione cosmogonica del racconto e la sua scala intimista. Ma sono riserve che, francamente, ci fidiamo poco a esprimere, perché non siamo sicurx di riuscire a distinguere le fragilità del film dai limiti del nostro sguardo. E questo può essere un dono, se lo abitiamo attraverso non la certezza di aver visto un capolavoro, ma il dubbio — produttivo, necessario, irreversibile — di non avere ancora gli occhi giusti per vederlo.


