QUEEN AT SEA di Lance Hammer
Non sappiamo bene cosa pensare di questo film, è giusto che lo diciamo subito. Anche a distanza di tempo, la tentazione è sempre quella di nascondere l’incertezza dietro una posizione netta, ma stavolta invece no, stavolta l’incertezza è il punto, è la cosa più onesta che possiamo comunicare. Queen at Sea ci ha lasciato in uno stato di sospensione che non è una forma di indecisione ma è qualcosa di più scomodo, una specie di imbarazzo — fisico, diremmo, quasi corporeo — prodotto da un film che fa di tutto per non essere confortevole e che ci riesce, ma senza che si riesca a capire fino in fondo se quella scomodità sia il segno di un cinema sincero o di un cinema che eccede.
Lance Hammer ha fatto un solo film nella sua vita, Ballast, nel 2008, e poi è scomparso per diciotto anni. E adesso torna con un film che parla esattamente del tempo che cancella le persone dall’interno, della mente che svuota il corpo e dei corpi che restano lì, presenti e inabitabili, come case vuote. Leslie ha la demenza, e Martin, suo marito da diciannove anni, la accudisce e la ama nel modo in cui la amava prima, un modo che include il sesso (e una tenerezza) senza che lui riesca a distinguere tra ciò che lei era e ciò che è. Poi c’è Amanda, la figlia di Leslie, che entra in casa e li trova a letto e chiama la polizia, dando inizio a una catena di eventi che nessuno riesce più a controllare.
Questo succede nei primi tre minuti del film e non in realtà non ce ne frega niente, perché quello che conta è come Hammer sceglie di guardare questa storia, ed è qui che il film diventa, per chi scrive, una questione aperta.
Le inquadrature di Queen at Sea sono sbagliate. Lo diciamo senza virgolette, anzi no, le virgolette ci vogliono, perché la scelta è deliberata, consapevole e sistematica. Il 35mm di Adolpho Veloso compone le immagini lasciando troppa aria sopra le teste dei personaggi. Così i corpi di Leslie, di Martin, di Amanda sono schiacciati nella parte bassa dell’inquadratura, relegati, compressi, come se il soffitto, le pareti bianche, lo spazio vuoto della casa li stesse lentamente ingoiando. Sono inquadrature di disagio, “sbagliate”, appunto, e lo sono volutamente, per dire qualcosa di preciso, che queste persone stanno scomparendo. Non fisicamente, ma dal centro della propria vita, dalla propria importanza, dalla propria storia. La demenza, in questo film, non è solo una malattia, è un processo di marginalizzazione dello sguardo: Leslie non sta più al centro del quadro perché non sta più al centro di sé stessa, e Martin e Amanda vengono trascinati con lei, verso il basso, verso i bordi.
Tranne quando ci sono i ragazzi. Sara, la giovane figlia di Amanda, vive letteralmente in un altro film. La sua storia è una macchina da presa mobile, viva, che segue i corpi all’altezza giusta, che respira con loro, che dà loro lo spazio che meritano, senza aria di troppo, senza schiacciamento, senza scomparsa. È didascalico? Forse, ché la giovinezza come speranza contro la vecchiaia come dissoluzione sicuramente in parte lo è, ma in parte è proprio questo che mi imbarazza, perché la grammatica visiva del film diventa grammatica esistenziale. Cioè è come se Hammer dicesse che il cinema della demenza ha bisogno anche di questa ovvietà, ha bisogno che lo spettatore senta nel corpo la differenza tra chi ha ancora un futuro e chi no.
Queen at Sea è un film volutamente pesante, in senso fisico, gravitazionale, come se ogni singola scena portasse addosso il peso di tutto quello che non si può risolvere, un peso fatto da una casa (s)composta in piani statici, ripetitivi, con angolazioni ricorrenti che la rendono una tomba abitata. Come le pareti sono bianche e spoglie, di una nudità che è il correlativo visivo della mente che si svuota, così le architetture separano sistematicamente i personaggi, e li incorniciano in spazi che li isolano anche quando sono nella stessa stanza.
Il problema — il nostro problema, la nostra incertezza — è che non sentiamo dove finisca il rigore e dove cominci l’eccesso. Perché Queen at Sea sicuramente è duro, brutalmente privo di sentimentalismo tanto da risultare punitivo, e pone domande morali vertiginose lasciandole tutte aperte, senza darci un posto in cui sostare in mezzo alla devastazione. E questo è sicuramente ammirevole, ma poi ci sono una durata, un peso, un’accumulazione di situazioni che a un certo punto producono saturazione, come se la storia non si fidasse abbastanza della propria potenza e avesse bisogno di insistere, di ripetere, di aggiungere.
Queen at Sea allora prende il prisma della famiglia e lo piega fino al punto di rottura, perché qui, la luce, viene assorbita, e ciò che resta è un buio denso, complesso, a tratti insostenibile, in cui le domande non hanno risposta e dove cinema non ha il compito di fornirle.
È un film che ci ha imbarazzatx, nel senso più produttivo del termine, ci ha messo davanti a qualcosa che non volevo guardare e mi ha costretto a restarci dentro. C’è un disagio sottile e continuo, e forse è esattamente quello che il cinema della cura — perché di questo si tratta, alla fine, di chi si prende cura di chi, e a quale prezzo — deve fare, cioè non consolare, non spiegare, non risolvere, ma costringere a stare dentro, senza via d’uscita.
Queen at Sea si rifiuta di offrire una posizione comoda da cui guardare perché non c’è un punto di vista giusto, non c’è un’altezza corretta, non c’è un modo di guardare la fine, la dissoluzione di una persona in un modo che non sia, in qualche misura, inadeguato.


