YO (LOVE IS A REBELLIOUS BIRD) di Anna Fitch e Banker White

YO (LOVE IS A REBELLIOUS BIRD) di Anna Fitch e Banker White

A un certo punto di Yo, documentario inattuale e mescolato, non si capisce più se siamo in una stanza vera o nel suo modellino in scala un terzo, ché la luce è la stessa, i colori pastello sono gli stessi, le coperte sul letto sono le stesse. Pochi secondi, ma sono i cinque secondi più importanti del film, perché in quei cinque secondi si capisce che la distinzione non conta, anzi che proprio l’aver smesso di distinguere il cardine emotivo attorno a Anna Fitch ci sta facendo girare, per poterci in un posto in cui la memoria e il suo “manufatto” si sovrappongono fino a diventare la stessa cosa.

Yo è — badate bene: forse — l’unico documentario in concorso a questa Berlinale, e probabilmente è il film più gentile dell’intera selezione, che è un modo per dire il più disarmato, il più esposto, anche non completamente privo di protezione retorica.

Racconta di Yolanda e di quello che Fitch ha fatto, nei dodici anni successivi alla morte dell’amica, cioè costruire, materialmente, fisicamente, con le mani. Stiamo dicendo che Fitch ha costruito una replica della casa di Yo a Pacific Grove, in California, abbastanza grande da poterci entrare, abbastanza piccola da sembrare un rifugio, o una forma di abbraccio tradotta in legno e cartone. Dentro la casa ha messo tutto: i mobili, il camino, le coperte, le fotografie, la marijuana, e poi ha costruito una marionetta di Yo, articolata, dipinta a mano, realizzata con una cura che ha qualcosa di devozionale, votivo quasi, e insieme di ossessivo. Quella marionetta abita la casa in miniatura, cammina per le stanze, si siede, guarda fuori dalla finestra, ed è Yolanda, di fatto, in un modo che non si riesce a razionalizzare del tutto, perché non la rappresenta, a è come se la continuasse.

Fitch non fa una ricostruzione e nemmeno una rievocazione, fa qualcosa che ha a che fare con l’atto manuale della cura, con l’idea che prendersi cura della memoria di qualcuno significhi mettere le mani nel materiale, toccare le cose, rifarle, ricostruirle pezzo per pezzo, non per riprodurre il passato ma per continuare a tenerlo vivo, a tenerglielo, a tenerle e a tenerci compagnia. Come una lettera d’amore, secondo le parole della regista, che è entomologa di formazione, e quindi ha quella stessa pazienza, quella stessa attenzione al dettaglio, quello stesso rispetto per la forma delle cose che si studiano. Solo che qui la cosa studiata è una vita, e la forma da preservare è, appunto, quella dell’amore.

Tra interviste a Yo e le scene nella casa in miniatura, dove la marionetta di Yo rivive i ricordi che la vera Yo racconta, insieme a collage, diorami, fotografie animate, insetti, la storia non segue nessuna logica narrativa evidente ma un suo ritmo intimo, una specie di andamento da album sfogliato o, se preferite, da scatola di ricordi aperta.

E qui, quando il processo di costruzione diventa visibile, il racconto si fa più fragile, più esposto al rischio di diventare un diario di lavorazione certamente affettuoso ma prevedibile cui ci si spende a cercare una ragione là dove invece basta il gesto.

Ma per il resto il film ha un suo centro, e il centro non può che essere Yo, la sua voce, prima di tutto, quella voce da donna che ha attraversato quasi un secolo senza mai cedere alla gravità e accolto chiunque entrasse nel raggio del suo affetto con una generosità che aveva qualcosa di tirannico, come tutte le generosità vere. Perché se l’amore è un uccello ribelle che nessuno può addomesticare, allora Yo era propriamente quella persona che rifiuta di farsi addomesticare in qualsiasi forma — sessuale, familiare, sociale, anagrafica.

E questo è evidente quando il film smette di spiegare e comincia a fare, quando mostra che la morte può allignare nello spazio tra un fotogramma e l’altro, in quel nero di cesura che normalmente non notiamo, o quando la marionetta di Yo cammina per la casa in miniatura, da sola, mentre la voce fuori campo racconta, in una postura che non è né triste né allegra ma che si colloca in un punto che non ha nome, dove il dolore per la mancanza si trasforma in qualcosa di operativo, di costruttivo, in senso letterale, perché costruire è una forma del ricordo, del riguardo, della persistenza.

In Yo la famiglia non è quella biologica, perché la relazione gravitazionale del film è quella con Fitch, che è un legame scelto, elettivo, che attraversa cinquant’anni di distanza anagrafica come se non fossero niente, perché in effetti non sono niente. In fondo, dice Yo, è tutto molto semplice: la cura per le persone che amiamo non smette con la loro morte, e il modo in cui continuiamo a voler bene ai morti è forse il gesto più autenticamente umano che esista, il gesto che nessun algoritmo, nessuna intelligenza artificiale, nessuna tecnologia potrà forse mai sostituire, perché è un gesto che funziona solo se è lento, solo se è impreciso, solo se costa fatica.

Un film gentile, si diceva, sia nel senso antico del termine — ossia cortese, generoso, attento — che in quello più “semplice”: è un film che fa male anche se non vuole, che ti ricorda che le cose che costruiamo per le persone che amiamo sono le cose che restano. Nient’altro, tutto qui.

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