Fellini e il circo della finzione
Venerdì mattina, a Meet the Docs!, la prima cosa sullo schermo non sarà un documentario. Saranno i mockumentary girati dalle classi di Galeata, Cusercoli e Civitella di Romagna dentro Fellini e il Circo della Finzione, il progetto del Piano Nazionale Cinema e Immagini per la Scuola premiato a giugno al We Make Future di Bologna. Un festival di cinema del reale che si apre con dei falsi dichiarati dovrebbe mettere un po’ a disagio chi lo organizza, e invece no. In pochi mesi le classi hanno imparato una cosa che il documentario preferisce non sapere, cioè che anche ciò che chiamiamo vero nasce da scelte su dove mettere la macchina da presa e su che cosa lasciare fuori dal montaggio.
Il progetto è una formula, girare un finto documentario per imparare a riconoscere il vero, che mantiene ciò che promette. Per distinguere le notizie false da quelle vere, il mockumentary è uno strumento curioso, perché insegna il contrario. Mostra quanto sia facile rendere credibile qualsiasi cosa con una voce fuori campo, un’intervista ben illuminata e una didascalia con nome e professione. Le due studentesse che hanno raccontato il percorso a Bologna hanno parlato proprio dello stupore davanti a questa facilità. Oggi un’immagine credibile si ottiene scrivendo una frase a un programma, e la lezione utile non è imparare a fidarsi del vero ma capire come si fabbrica la fiducia di chi guarda.
Il modello è I clowns, che Fellini girò nel 1970 per la televisione interpretando se stesso alla guida di una troupe di attori nella parte dei tecnici. È un falso documentario che si smaschera da solo. Quando un intervistatore gli chiede il significato simbolico dei clown, due secchi cadono in testa a entrambi prima che lui riesca a rispondere. In Fare un film Fellini divide i clown in due figure. Il clown bianco incarna l’eleganza e l’intelligenza, l’ordine ideale contro cui l’augusto, l’altro clown, si ribella, e i due sono, scrive, la maestra e il bambino, la madre e il monello. Detto dentro una scuola, immaginiamo, il paragone ha smesso di essere una metafora, perché in classe la parte del clown bianco spetta per mandato a chi insegna e quella dell’augusto a chi siede ai banchi.
Su questo punto i laboratori hanno prodotto il loro risultato più interessante e imprevisto. Sul set infatti, raccontano le persone che li hanno condotti, i ruoli si sono spesso rovesciati. A dirigere la troupe sono stati ragazzx di solito riservatx, che hanno guidato compagnx più espansivx e più a loro agio davanti all’obiettivo. È il dato politicamente più serio del progetto, perché mostra che il potere su un’immagine appartiene a chi decide l’inquadratura più che a chi ci sta dentro, e che una classe può redistribuirlo semplicemente cambiando chi tiene in mano la camera.
Nei giorni del festival il pubblico vedrà immagini che si dichiarano vere, costruite con la stessa cura e con gli stessi strumenti di questi falsi. La differenza tra le une e le altre non sta nella tecnica ma nel patto con chi guarda, e i mockumentary servono a ricordare che quel patto si può tradire. Vederli all’inizio aiuta a entrare in sala con il sospetto giusto, quello che Fellini rivolgeva prima di tutto a se stesso quando si faceva cadere un secchio in testa.

