“Black Box Diaries” di Shiori Itō
Avverto chi legge che a questa recensione manca una vittima, e non per distrazione, ma perché Shiori Itō si è sempre rifiutata di recitarne la parte. Nel 2015 Itō denuncia per stupro Noriyuki Yamaguchi, allora capo dell’ufficio di Washington della TBS e biografo del primo ministro Abe.
La vittima, per essere accettata, se è donna, spesso deve recitare un copione antico, fatto di compostezza, di lacrime al momento giusto e di colletti abbottonati. A Itō, quando si presenta in televisione per parlare della sua storia, rinfacciano la camicia meno chiusa di quanto pretendesse chi guardava. Nel film ride con le amiche e registra di nascosto i poliziotti. Di notte, con il telefono tenuto in verticale, gira diari in cui è insieme attrice, operatrice e pubblico ministero di se stessa. Una parte della critica l’ha definita “coraggiosa”, e almeno un recensore ha avuto il buon gusto di notare che il complimento la rimette in scena come vittima, solo con una medaglia appuntata sul petto.
Sulla parola vittima il femminismo discute da più di trent’anni, e far finta di niente sarebbe disonesto. Nel 1993 Naomi Wolf chiamava “victim feminism” quello che fonda la propria forza sulla ferita. Nel 2018 cento firmatarie rimproveravano al #MeToo, dalle pagine di Le Monde, di ridurre le donne a vittime da proteggere. Da sinistra, molto prima, Wendy Brown aveva avvertito che una politica costruita sull’offesa rischia di legare chi l’ha subita alla propria ferita fino a non poterne più fare a meno. Itō attraversa questo terreno senza scegliere un fronte. Il suo film non nega la ferita e la mostra nel video di sorveglianza in cui un uomo trascina il suo corpo nell’atrio di un albergo, ma non ne fa una reliquia. La tratta come un reperto e la monta come un thriller politico degli anni Settanta, fatto di registrazioni nascoste e di un potere che ferma gli arresti.
Applicato a lei, forse, il dibattito sul vittimismo perde un colpo. Nel Giappone del 2015, dove per lo stupro il codice penale chiedeva ancora la prova della violenza o dell’impossibilità di resistere, essere vittima non era un’identità da coltivare ma uno status da dimostrare. Itō doveva dimostrarlo contro una polizia — che le spiegava che una stanza chiusa è una scatola nera — e contro un alto funzionario che più tardi avrebbe ammesso di aver fermato l’arresto di Yamaguchi, negando che c’entrasse la sua vicinanza ad Abe.
Ma Itō non è nemmeno una querelante senza macchia, e nessuno dovrebbe pretenderlo. Per costruire il suo fascicolo ha registrato, senza dirglielo, la propria avvocata, Yōko Nishihiro, e il tassista, e il portiere dell’albergo e il poliziotto che l’aveva aiutata, che nel film resta una voce chiamata A. Ha usato anche le immagini della telecamera che lei e Nishihiro si erano impegnate con l’hotel a non diffondere. Nishihiro, che di mestiere difende donne che hanno subito violenza, ha detto in pubblico che senza la fiducia delle sue clienti non potrebbe più fare il suo lavoro, e questa è una frattura, non un danno collaterale. Nel 2022 i giudici hanno confermato il risarcimento che Yamaguchi le doveva, ma hanno anche stabilito che l’accusa di averla drogata, scritta nel suo libro, non era provata, e l’hanno condannata a pagargli 550.000 yen per diffamazione. Nel film, per inciso, Itō non inserisce nemmeno le cause che ha intentato contro chi la insultava pubblicamente. Le ha vinte contro la deputata liberaldemocratica Mio Sugita, che aveva messo il suo “mi piace” sotto i messaggi che la chiamavano trappola sessuale, e contro una fumettista che l’aveva ritratta come una bugiarda. Di più, una studiosa dell’Università di Kyoto ha contato cinque ruoli diversi ricoperti da Itō nel film e ha trovato la sua storia di successo un po’ troppo comoda, perché pensata in inglese per un pubblico globale e raccontata da un solo punto di vista, il suo, come se a una donna a cui la polizia aveva chiuso la porta ne restasse a disposizione un altro. Il documentarista Kazuhiro Sōda ha sostenuto che, se il film non usciva in Giappone, era per le sue scorciatoie etiche più che per il patriarcato. Davvero? Sì, davvero.
Ma Bill Nichols, decano americano della teoria del documentario, si è chiesto se il mancato consenso di un’azienda all’uso di una ripresa che documenta un reato si possa davvero paragonare al mancato consenso di una donna a un rapporto. Perché, di fatto, le accuse li trattano come se fossero paragonabili. Il regista Atsushi Funahashi considera quel video la ripresa del crimine stesso e ha anche ricordato che un’altra registrazione dello stesso albergo, quella di lei che se ne va la mattina dopo, era già finita in rete per screditarla. Il video del taxi, intanto, trapelato, è stato visto venticinque milioni di volte. Il corpo di Itō è dunque circolato prima e dopo il film senza che nessuno le chiedesse niente, e l’unica volta in cui a deciderne la circolazione è stata lei, le è stato chiesto di scusarsi.
Mi hanno insegnato che il femminismo non ha bisogno di santificare Itō per difenderla, né di processarla per sentirsi adulto. Le chiede ciò che si chiede a chiunque firmi una regia, cioè di rispondere delle persone che porta in scena. In cambio le riconosce quello che di solito alle vittime si nega, il diritto di sbagliare senza perdere la ragione che ha.
Per l’uscita giapponese del 12 dicembre 2025 Itō ha alterato le voci del personale dell’albergo e del poliziotto e si è scusata con chi non aveva dato il consenso. Ha però tenuto nel film, in nome dell’interesse pubblico, ciò che riteneva indispensabile. È una regista che discute con le proprie “colpe”, e si sottrae alla figura assai meno edificante, ma più semplice, di martire.
Alla prima di Tokyo ha detto di sperare che altre persone comincino ad aprire, piano, le scatole nere che hanno intorno. Io comincerei con quel pubblico che a una donna che denuncia chiede ancora, prima della verità, di saper recitare la sua parte di vittima.

