“Il Faro – Il fantastico viaggio della Banda Rulli Frulli” di Gianluca Marcon e Diego Gavioli

“Il Faro – Il fantastico viaggio della Banda Rulli Frulli” di Gianluca Marcon e Diego Gavioli

Dice che uno strumento musicale è progettato per un corpo standard, e chi non ci rientra parte svantaggiato. La Banda Rulli Frulli, nata a Finale Emilia nel 2010 intorno a Federico Alberghini, ha rovesciato il problema. Si costruisce gli strumenti con quello che trova nelle isole ecologiche, così è l’oggetto a modellarsi su chi lo suona e non il contrario. È la cosa più interessante è che Il Faro non la dice mai. La disabilità smette di essere un limite del singolo e torna a essere quello che è, un rapporto tra un corpo e l’ambiente che gli è stato costruito intorno.

Il film lo sintetizza in una scelta, che non è banale come può sembrare. La colonna sonora è suonata dalla banda con i propri strumenti, così chi viene raccontatx partecipa anche alla forma del racconto, e la musica dei Rulli Frulli non fa da sottofondo ma è una voce, vera, raccontata «con uno sguardo sincero, senza retorica», come dicono i registi.

E la promessa non si incrina nelle parole, a cominciare dal titolo. Il faro nel buio e il viaggio “fantastico” appartengono al vocabolario della favola, e le animazioni di Michele Bernardi lo assecondano. Il racconto diventa più leggero, anche se ogni tanto si avvicina pericolosamente all’eroismo edificante che il cinema italiano sulla disabilità frequenta spesso. È così, a tratti, anche per la metafora dello scarto, con le pentole buttate che tornano a suonare come le persone che la società butta via. Funziona benissimo, ma forse non si pone il problema di accettare l’idea che possano esistere persone di scarto, quando invece lo scarto è prodotto da un’organizzazione del lavoro e della vita che decide chi conta e chi no.

È un piccolo dubbio rispetto a un film che regge benissimo quando resta sulle prove e sulla vita condivisa, più che sui palchi importanti, perché lì la banda torna a essere quello che le bande di paese sono sempre state. Cioè un posto dove nessunx è solista e chiunque, con un po’ di pazienza, impara a tenere il tempo insieme agli altri. L’inclusione, in fondo, quando non è una parola orribile e paternalistica, è questa cosa ordinaria, e proprio perché ordinaria, ci si passi il paradosso, sa essere rara.

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