“Fiume o morte!” di Igor Bezinović
Perché il D’Annunzio che ci è stato insegnato a scuola, l’esteta progressista della Pioggia nel pineto, a mani basse una delle mie liriche più amate, in alcune parti del mondo come la vicina Fiume, o meglio Rijeka in Croazia, è principalmente visto come un fascista?
La geografia modifica la nostra percezione della realtà. Dove poggi i piedi cambia il tuo modo di vedere il mondo, sposta la tua attenzione da una questione all’altra. Perché siamo globalizzati, ma anche fortemente localizzati.
Fiume o morte! (2025), il documentario diretto dal regista Igor Bezinović e vincitore del premio Tiger al 54° International Film Festival di Rotterdam, rappresenta proprio questo, attraverso un accurato lavoro di montaggio tra interviste, scene ricreate, video e fotografie originali di quelli che furono i sedici mesi di occupazione di Fiume da parte di D’Annunzio (12 settembre 1919 – 25 dicembre 1920). Certo, è un pezzo di storia che a scuola ci è stato insegnato, ma, se la memoria non mi tradisce, viene non poco romanticizzato. Perché? Sicuramente complice il fatto che la figura del poeta in Italia sia ricoperta da un’aura incredibilmente fascinosa: dopotutto, è uno dei massimi esponenti del Decadentismo e dell’Estetismo italiano, praticava il principio della «vita inimitabile» e scriveva Il piacere. Riuscì a raccontare ai media italiani la sua cruenta impresa con toni indiscutibilmente epici…
E gli altri? Sono sempre gli altri quelli su cui, prima o poi, deve ricadere la nostra attenzione. L’alterità: una questione su cui questo documentario fa senza dubbio riflettere.
Al centro della vicenda, come ho detto, vi è l’impresa del 1919 guidata da D’Annunzio, il quale occupò per sedici mesi la città di Fiume con un contingente di soldati. Bezinović coinvolge così i suoi concittadini in un progetto comunitario di ricostruzione del proprio passato, delle proprie radici, anche perché riflettendoci chi ha vissuto quei folli giorni, forse non c’è già più ed è più importante che mai non solo ricordare, ma raccontare la verità.
In quelle zone, la presenza di D’Annunzio si lascia dietro una scia che attraversa anche le case delle persone, come quella della signora Antonia, a Ronchi, in via D’Annunzio, ai numeri 59-61a, sulla cui facciata una lapide recita: «Arso di febbre e di volontà eroica». È proprio qui che il poeta trascorse la notte del 12 settembre 1919, in attesa dell’alba radiosa che lo avrebbe condotto verso Fiume. In occasione della realizzazione del film la signora Antonia ha gentilmente permesso alla troupe di ricreare quella scena in casa sua, partecipandovi in prima persona nel ruolo di assistente di D’Annunzio malato. Ride, sbaglia, si lascia coinvolgere e il regista non nasconde nulla di tutto questo, anzi lo mostra. Ed è bellissimo.
La vera forza di questo progetto è che coinvolgendo direttamente i suoi concittadini come attori e come troupe l’autore ha permesso alla comunità di ritrovarsi, di riconoscersi. I partecipanti passeggiano in divise novecentesche per le strade della Rijeka odierna. La figura di D’Annunzio non viene rappresentata come quella di un eroe, ma viene interpretata a turno da diversi cittadini scelti per la simpatica somiglianza, emergendo come un montato di testa nel perseguire un’impresa impossibile.
Il grido «Fiume o morte!», le ribellioni, l’aquila bicipite sulla Torre Civica, trasformata da simbolo asburgico in emblema fascista. E ancora, le denunce contro chiunque osasse parlare male di D’Annunzio e i tentativi, entrambi vani, del generale Pittaluga e dell’amico Marconi di fermarlo. Il documentario ripercorre gli avvenimenti di quegli assurdi sedici mesi.
Nel gennaio del 1921, dopo il cosiddetto «Natale di sangue», il poeta dice ai fiumani che se ne andrà per il loro bene, lasciando la città a bordo di una Fiat imbottito di cocaina.
Il 12 settembre 2019, nel giorno del centenario della marcia su Fiume, in Piazza della Borsa a Trieste è stata inaugurata una statua di D’Annunzio. «Noi a Fiume non la facciamo la statua di D’Annunzio», dice la voce narrante, rigorosamente in dialetto. Fa riflettere…
Ormai sono rimasti pochi segni del passaggio di D’Annunzio nella città: sul muro della Facoltà di Scienze marittime c’è scritto «Morto sì, vivo no», e poi c’è un suo dipinto nel Palazzo del Governatore. Poca roba di fatto, ma nei cuori? Nei cuori, la volontà di raccontare la loro versione dei fatti.

