L’amore no, l’amicizia neanche, la famiglia men che meno, la collettività neppure
Su L’amore no di Sofia Torre, e su ciò che il pessimismo lascia intravedere ai suoi margini
«Qual è la sua più grande paura?»
«La possibilità che l’amore non basti.»
Lo dice il Maggiore Garland Briggs, rispondendo a Windom Earle che lo ha rapito e drogato per estorcergli informazioni sulla Loggia Nera, nella seconda stagione di Twin Peaks. Un momento di torpore tossico da cui sbocca la formulazione più nitida e più brutale e più tenera che un dialogo televisivo abbia mai prodotto sul tema. La possibilità che l’amore non basti.
Sofia Torre cita questa frase nel sesto capitolo del suo L’amore no. Discorsi sul pessimismo post-amoroso (Minimum Fax, gennaio 2026), nel mezzo di una pagina dedicata alla fine della sua storia d’amore con P., e la cita perché Twin Peaks era una delle «ipotetiche funi» che avrebbero dovuto tenerle insieme. Ma quando la storia finisce, la frase di Briggs torna come una premonizione pronunciata e ignorata, e forse diventa un piccolo manifesto del libro: l’amore può non bastare, l’amore può essere un dispositivo che produce dolore, che non cura, che non guarisce, che mortifica. E riconoscerlo non è una capitolazione, ci dice Torre per centocinquanta pagine, è uno strumento.
L’amore no — secondo libro di Torre, nato da un articolo del 2021 uscito su Il Tascabile dal titolo Contro l’utilità del sentimento amoroso — intreccia meravigliosamente l’autofiction con un’autopsia critica del discorso amoroso contemporaneo, usando l’ipotesi audiovisiva come possibile matrice per l’analisi. La struttura è quella di un trattato camuffato da memoir, o di un memoir nascosto dentro un trattato; in entrambi i casi quello che L’amore no fa è demolire — senza fretta, senza riguardi e senza redenzione, ma anche senza cinismo o commiserazione — l’idea che l’amore sia necessariamente un sentimento utile, costruttivo, generativo, da imparare a vivere bene a furia di lavoro su di sé, mindfulness performativa e podcast per i problemi di coppia.
Torre usa il pessimismo post-amoroso, un’eco del concetto di eteropessimismo di Indiana Seresin e di cruel optimism di Lauren Berlant, per aprire una posizione che non è il rifiuto dell’amore — impossibile e poco interessante — quanto piuttosto il riconoscimento lucido che la promessa che l’amore porta con sé, nelle sue forme egemoniche contemporanee, è una promessa truccata, se non una bugia. Torre lo dice con franchezza disarmante: se l’amore è ancora oggi un concetto connesso all’utile, allora anche l’incapacità di amare deve, in questo sistema, avere un senso. Il pessimismo post-amoroso è il momento — esistenziale, politico ed esperienziale — in cui si smette di credere a quella premessa.
Non solo. Torre mette a fuoco — da dentro, da femminista — il modo in cui la posizione vittimaria è diventata, nel discorso contemporaneo e in alcune sue declinazioni, anche una forma di capitale, e in questo modo discute con un certo post-femminismo dell’empowerment, della scelta, della responsabilità individuale. Non a caso Torre cita Critica della vittima di Daniele Giglioli, laddove la posizione della vittima — dice — è anche una posizione di potere, perché in quel ruolo si incarna l’eroe del nostro tempo. È Adele in La vita di Adele, è Marion in Crossroads di Franzen, è lei stessa nei mesi successivi alla rottura con P. La vittima è, in questo sistema, una figura che ottiene riconoscimento e prestigio proprio attraverso la mise en scène della propria impotenza, in un meccanismo che, nelle versioni più strumentali dell’autocoscienza performativa digitale — tra caroselli sul trauma e stories sulla guarigione confezionati solo per l’engagement — è diventato, dice Torre, uno dei modi prevalenti di costruzione femminile dell’identità. Un meccanismo che va smontato, sostiene l’autrice, non per durezza ma per dignità, per smettere di concedere alla cultura una falsa idea di che cosa la sofferenza messa in scena permetta di chiedere.
Ma Torre non offre una contro-pedagogia, non dice come si dovrebbe amare, né come si dovrebbe smettere di amare male, non scrive un manuale di sopravvivenza. Resta, ostinatamente, dentro la posizione che, teoricamente, la cultura della cura le chiederebbe di abbandonare il prima possibile: quella della «stronzetta viziata che vuole solo piangersi addosso», come definisce la protagonista de Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh. E lo fa rivendicando il diritto di quelle che lei chiama «pessime femministe» al loro spazio espressivo, contro l’imperativo collettivo dell’auto-miglioramento permanente. È un gesto — lo si condivida o meno — molto potente, quello di Torre, perché rivendica il fallimento come pratica.
Sul margine della tesi principale, poi, il libro fa un’altra cosa interessante. Nelle pagine conclusive del capitolo settimo, L’universo è indifferente, Torre apre una parentesi polemica contro una «certa retorica» che, dice, a cadenza regolare dà la monogamia per morta, e che tra le ragioni della morte indica regolarmente la rivalutazione dell’amicizia. È un passaggio breve, quasi inciso, ma molto significativo: nel suo sistema, l’amicizia non è la risposta alternativa al fallimento dell’amore monogamo. Perché anche l’amicizia, suggerisce Torre, può funzionare nel modo in cui funziona l’amore, ossia può essere un dispositivo, può vendere una promessa che poi non mantiene, può essere il terreno dello stesso meccanismo di esclusione, di finzione mantenuta e di svelamento doloroso. È una nota a margine, ma è anche una possibile estensione.
Perché mi verrebbe da dire che il pessimismo post-amoroso, infatti, non sia una postura esclusivamente erotica, ma diventi epistemologica davanti alle promesse che le forme contemporanee del legame pronunciano e non mantengono. Se la cornice analitica funziona per l’amore romantico-eterosessuale-monogamo — e funziona, perché Torre la fa funzionare anche per le storie omosessuali, per i triangoli adulteri, per i matrimoni del Midwest americano — non c’è nessun motivo per cui non debba funzionare per le altre forme di legame in cui si concentra la nostra vita affettiva ed esistenziale. Vale a dire, ad esempio, anche per i legami amicali, per i collettivi politici, per le comunità culturali, ossia per quelle forme che, nella retorica anti-monogamica che Torre stigmatizza, vengono proposte come il fuori dell’amore-trappola, ma che in realtà riproducono — perché non potrebbe essere diversamente — gli stessi identici meccanismi.
C’è, allora, un pessimismo post-amicale, c’è un pessimismo post-collettivo, e — va da sé — c’è anche un pessimismo post-familiare, a cui Torre stessa apre la strada attraverso Crossroads di Franzen, in cui la famiglia funziona esattamente come un dispositivo amoroso truccato. Perché certe amicizie, certe famiglie, certe collettività — politiche e culturali — funzionano, come i rapporti romantici, sulla base della promessa che esista, da qualche parte, un’attenzione che duri. Sono gli stessi nessi con cui sopravvivono certe coppie monogamiche: le rappresentazioni di una cura reciproca che in realtà non c’è, e che spesso si sfascia nel proverbiale momento del bisogno.
E se sono persone, queste, che, nel tempo della finzione, estraggono molto da chi sta loro accanto (tempo, lavoro, affetto, parole…), ecco che, quando l’estrazione si esaurisce e se ne vanno, allora lasciano dietro di sé un certo grado di contaminazione. C’è una specificità del post, quindi, che va colta, per istinto, ossia che certe assenze, che all’inizio sembravano voragini, erano in realtà soltanto spazi che qualcunx aveva occupato indebitamente. Il pessimismo, in questo, è uno strumento che autorizza a smettere di credere alla cura promessa senza scivolare nel rancore.
E proprio qui, in questo riconoscimento, si tocca uno dei punti politici più importanti del libro di Torre, anche se l’autrice non lo nomina quasi mai esplicitamente: la cura. La cura è per me — accanto all’intersezionalità e in continuo dialogo con essa — una delle questioni politiche centrali del contemporaneo. Non è una tonalità affettiva e non è uno stato d’animo, è una pratica materiale di sostegno reciproco — e di conflitto — senza cui le forme di vita (non solo) collettiva semplicemente non (r)esistono. Il pessimismo di Torre, sia chiaro, non smantella la cura, anzi ne smonta la contraffazione e permette di distinguere chi la pratica da chi la esibisce, e questa distinzione — semplice da formulare, durissima da abitare — è un criterio attivo e cruciale per il libro, anche se in filigrana. Per questo bell hooks attraversa l’intero libro per assenza, e per questo All About Love resta quel dispositivo che permette di distinguere chi ama da chi dice di amare, chi tiene da chi dice di tenere. Hooks lo ribadisce per tutto il libro: l’amore è una pratica, e quando la pratica non c’è, la parola non basta. Il pessimismo post-amoroso di Torre è, io credo, il rifiuto di accettare la sola parola quando manca la pratica. Cioè, ti dice, non hanno mai davvero avuto cura di te, anche se hanno detto di averla, e riconoscerlo è un atto di liberazione.
Perché l’universo è indifferente, scrive Torre nel titolo dell’ultimo capitolo, e nominare questo assunto non è un atto consolatorio, è il punto da cui si può ricominciare a vivere senza chiedere alle persone della propria vita di mentire per essere accettabili, e senza fingere di credere alle loro menzogne per essere a propria volta accettabili al loro sguardo. Si può respirare, e si può smettere di insistere a salvare l’altrx per salvare sé stessx, perché — così Torre chiude il suo libro, citando Lulù di Elio Petri — non funziona mai.
Per i pessimi amori, come per le pessime amicizie, per le pessime famiglie e per le pessime collettività, c’è sempre un punto in cui questo riconoscimento diventa praticabile. E quando lo diventa, è aria pura dentro una stanza in cui è appena morta una persona, e qualcuno apre le finestre sul mattino che arriva alla fine della veglia.

