“Un mondo diverso è possibile” di AA.VV.
Ci sono momenti in cui la Storia smette di essere qualcosa che è accaduto e si trasforma in qualcosa che continua ad accadere. Genova, luglio 2001, è uno di questi. Non soltanto per la violenza esercitata sulle strade, per le ferite mai rimarginate, ma per ciò che quei giorni continuano a domandarci: cosa succede quando una generazione intera prova a immaginare un mondo diverso da quello che le è stato consegnato?
Un mondo diverso è possibile riporta al centro quella domanda. E lo fa restituendo al G8 di Genova qualcosa che il tempo, la retorica della sicurezza e la sedimentazione della memoria rischiano continuamente di sottrargli: la sua natura di tentativo collettivo, di momento in cui la possibilità di un’alternativa camminava unita nelle strade. Genova è stata il luogo in cui migliaia di persone si sono incontrate perché non consideravano inevitabile il mondo in cui vivevano.
Forse è proprio questo il primo potente gesto politico del documentario: ricordarci che, prima della repressione, c’è stata una possibilità. Prima della paura, un desiderio. Prima che le immagini della violenza iniziassero ad occupare quasi interamente il nostro immaginario di quei giorni, esisteva una moltitudine di persone che provava a dire che l’economia, la politica, le relazioni sociali non sono leggi naturali, ma costruzioni umane. E che ciò che è stato costruito può essere trasformato.
Un mondo diverso è possibile è un’opera collettiva nata dall’urgenza di dare volto e voce a un soggetto politico che cercava di ridefinire il proprio tempo. La pluralità dei registi, delle sensibilità e delle storie personali diventano l’essenza politica del film: raccontare un movimento molteplice senza ridurlo a una sola identità, provare a comprenderlo anziché liquidarlo.
«Un altro mondo è possibile» non era soltanto uno slogan. Era il rifiuto di accettare che il presente coincidesse con l’unico futuro disponibile. A distanza di venticinque anni, quella frase conserva una forza che non dipende dalla sua realizzazione, ma dalla necessità che continua a esprimere. Perché il problema non è soltanto stabilire se un altro mondo fosse davvero possibile allora. Il problema è capire quando abbiamo smesso di comportarci come se lo fosse.
Guardare Genova oggi significa anche fare i conti con la violenza che il potere esercita quando incontra un dissenso che non vuole riconoscere come legittimo. Significa ricordare Carlo Giuliani, la scuola Diaz, le torture di Bolzaneto, ma anche interrogarsi su ciò che accade a una società quando la repressione non colpisce soltanto i corpi, ma la possibilità stessa di partecipare, dissentire, immaginare. La violenza non ferisce soltanto chi la subisce direttamente: produce paura, restringe lo spazio del possibile, insegna a chi guarda quale prezzo può avere il tentativo di sottrarsi all’ordine esistente.
Ma se ricordassimo soltanto la repressione, il movimento sarebbe ridotto alla sua ferita, la moltitudine alla sua dispersione, il desiderio di cambiamento a un’illusione giovanile smentita dai fatti.
La repressione non dimostra che un’alternativa fosse impossibile: dimostra, semmai, quanto possa essere violento il tentativo di impedirle di esistere.
Tornare a camminare tra quelle strade, a riempire quelle piazze, mentre si guarda questo documentario, significa ritrovarsi faccia a faccia con la stessa domanda di quei giorni: vogliamo abitare un mondo, questo mondo, rinunciando ad immaginarne uno diverso per paura?
Quando ogni possibilità viene dichiarata irrealistica, ogni conflitto inutile, ogni alternativa pericolosa, che cosa ci rimane da difendere? E che cosa perdiamo ogni volta che scegliamo di non mettere nulla in discussione?
La perdita di tutto ciò che rende una vita degna di essere vissuta: la dignità, la giustizia, la possibilità di decidere insieme, il diritto di non essere schiacciati da un ordine economico e politico presentato come naturale, è davvero inevitabile?
A Genova ci domandavamo chi fosse a decidere sul nostro futuro, chi avesse il diritto di farlo e a vantaggio di chi, con quali strumenti e a quale prezzo. Queste domande sono ancora tutte lì. Sono cambiate le condizioni, sono cambiati i linguaggi, si sono trasformate le forme della partecipazione e del conflitto. Ma il rischio di abitare un mondo che ci viene presentato come l’unico possibile resta.
È qui che questo documentario può diventare qualcosa di più di una macchina della memoria. Impedendo che il passato venga neutralizzato. Ma soprattutto restituendo alle nostre domande la capacità di tornare a disturbare il presente.
Resta allora da chiedersi come evitare che la violenza subita si trasformi in paralisi, che il ricordo della sconfitta diventi la prova definitiva dell’inutilità di ogni tentativo.
Forse un altro mondo comincia proprio da qui: dal rifiuto di accettare che ciò che è accaduto debba necessariamente ripetersi, e che ciò che esiste debba necessariamente durare. Comincia quando smettiamo di chiedere al futuro di rassicurarci prima di impegnarci a costruirlo.
Genova ci ha lasciato una ferita, ma anche una responsabilità. La responsabilità di chiederci, ogni volta che il presente si proclama inevitabile, da quale parte vogliamo stare.
Un altro mondo è possibile perché nessun mondo ha il diritto di dichiararsi definitivo. Ed è possibile soltanto se qualcuno continua a considerarlo necessario.

