“Cutting Through Rocks” di Sara Khaki e Mohammadreza Eyni

“Cutting Through Rocks” di Sara Khaki e Mohammadreza Eyni

C’è una donna che non riesce a rimettere sui cardini il cancello di casa, non chiama nessuno, prende una smerigliatrice e taglia la pietra della soglia finché il ferro non torna a girare.

La critica americana l’ha letta come una metafora, e forse lo è, ma anche no. Quella scena mostra un lavoro manuale fatto da una donna sola in un villaggio dell’Iran nordoccidentale dove le donne di regola non usano attrezzi, non possiedono la casa in cui vivono e non salgono su una moto.

Sara Shahverdi invece fa tutte queste cose da quando suo padre, stanco di avere solo figlie, decise di crescerne una come un maschio. Lei, queste cose, le fa ancora, quando ha quarant’anni passati, è divorziata, senza figli, è una ex ostetrica con più di quattrocento parti alle spalle, e si candida al consiglio del villaggio e diventa la prima donna eletta nella storia di quella comunità.

Khaki ed Eyni l’hanno seguita per sette anni. Il film che ne è uscito, premio della giuria a Sundance e prima candidatura all’Oscar per un documentario iraniano, è stato raccontato soprattutto come ritratto di un’eroina.

Per carità, è una lettura comprensibile, perché Shahverdi riempie l’inquadratura, ma non basta. Perché il film in realtà mostra qualcos’altro, e meglio. Cioè, il suo femminismo passa dagli oggetti e dai documenti, prima che dalle parole. Quando i consiglieri uomini si rifiutano di consegnarle il timbro del villaggio, senza il quale nessun atto è valido, lei se lo prende. Quando un uomo le chiede un favore, glielo concede in cambio della cointestazione della casa alla moglie, così che un divorzio non la lasci in strada. Quando la giovanissima Fereshteh sta per essere data in sposa, Shahverdi se la porta a vivere in casa. È una politica della chiave, della carta e della proprietà, che agisce sulle condizioni materiali della dipendenza prima ancora che sulle coscienze. Per questo è più radicale di quanto lasci intendere il lessico dell’empowerment con cui il film è stato venduto.

Le lezioni di moto alle ragazze sono il passaggio che ha fatto il giro dei festival. E va bene, perché è un momento in cui il film prende posizione. In quel momento la posta in gioco è lo spazio pubblico, non la velocità. Finché si va in moto nei campi, nessuno protesta, mentre quando il gruppo entra nelle strade, dove gli uomini vedono e guardano, è lì che arrivano gli zii a riprendersi le nipoti. Ché la libertà, se non vista, è tollerata, ma, quando viene agita davanti a tuttx, allora no.

Ed ecco che il Potere, non potendo contestare a Shahverdi ciò che fa, le contesta ciò che è. Le autorità aprono un procedimento sul suo genere, la sottopongono a esami umilianti per stabilire se sia “davvero” una donna e le portano via un anno di vita. Il ragionamento è semplice e feroce, per il Potere: se una donna esercita autorità, guida, vive sola e porta i pantaloni, allora forse non è una donna. E la prova dev’essere nel corpo, su cui lo Stato si riserva l’ultima parola.

Sì, ogni tanto il film si perde, nelle liti col fratello e nel progetto del parco, e la grammatica è quella, onesta ma un po’ retorica, del vérité da festival, pulita e riconoscibile, cresciuta tra fondi IDFA, Sundance e fondazioni tedesche.

Ma forse l’obiezione vera è quella per cui il film coltiva l’illusione che una lotta individuale possa bastare a trasformare una società. È un’obiezione giusta, che però il film stesso smentisce. Khaki racconta che, all’inizio delle riprese, Shahverdi era l’unica donna in moto della regione , mentre oggi vederne è diventato normale. Ciò che resta quindi è una pratica che si è diffusa, ossia il contrario del mito dell’individuo eccezionale.

Shahverdi non ha potuto essere presente alla cerimonia degli Oscar, bloccata dalla santa alleanza tra il travel ban statunitense e il regime iraniano, tra una bombardamento e l’altro. Allora chi lo guarda da qui, con il desiderio di salvare le donne iraniane, farebbe bene a ricordare che entrambi i fronti di quella guerra hanno preferito tenere Shahverdi fuori dalla sala.

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