“Palestine Comedy Club” di Alaa Aliabdallah e Charlotte Knowles
All’inizio di Palestine Comedy Club c’è una madre, è quella di Alaa Shehada, che dice che soffrirebbe molto se il figlio decidesse di lasciare il paese. Più avanti è lui che la chiama da Londra, siamo dopo il 7 ottobre 2023, e lei gli chiede di restare là, di non tornare. Tra questi due punti si tende il racconto di una tournée che diventa il racconto di una dispersione, quasi di una diaspora, con una parte del gruppo di comedians di cui fa parte Alaa Shehada che resta, e una parte che si trasferisce a Berlino o ad Amsterdam. È proprio dentro il movimento intimo di questa madre che prima trattiene e poi allontana, che il dispositivo del film comincia a riguardare chi guarda.
La stand-up non è un genere neutro, è la forma che il liberalismo anglosassone ha dato alla libertà di parola, con una persona sola davanti a una sala, autorizzata a dire qualsiasi cosa purché faccia ridere. Trapiantarla a Jenin, dopo e durante un laboratorio di formazione, ha significato esporre quella libertà in un posto in cui la parola viene davvero sorvegliata, dall’esercito occupante prima che da chiunque altrx.
Shehada, quando fu fondato il gruppo di stand-up comedians, diceva di voler raccontare la vita palestinese sotto l’occupazione senza guardarla attraverso l’occupazione. Quello che è successo dopo le riprese ha reso impossibile, oggi, abitare questa distinzione. Nel dicembre del 2023 l’esercito israeliano è entrato nel Freedom Theatre, sparando, e ha arrestato il suo direttore Mustafa Sheta, che è rimasto quindici mesi in detenzione amministrativa senza accuse. Nel gennaio dell’anno scorso, poi, ha sgomberato l’intero campo, imponendo in maniera ancora più tangibile quella cornice di occupazione che il gruppo cercava di tenere fuori dal palco.
Si dice che per far ridere sia necessario condividere un mondo con chi ascolta, ed è interessante e sorprendente ascoltare Shehada quando rivela che i palestinesi non si conoscono tra loro. Ed è altrettanto sorprendente vedere come sia la compagnia stessa a essere segnata da questa distanza. Se Hanna Shammas, di Haifa, si sente in colpa perché vede il mare e ha un passaporto israeliano con cui può muoversi, ecco che Ebaa Monther, dal Golan, si definisce siriana, araba e palestinese insieme. Ognunx viaggia con un permesso diverso, e negoziata individualmente, città per città, lungo le linee che i checkpoint tracciano sulla mappa, quella libertà comica che chi fa stand-up si guadagna davanti a un pubblico che, come dicevamo, solitamente è – o dovrebbe essere – prossimo.
Poi succede che la vita scherza, e che la tournée debutta a Londra proprio il 7 ottobre, e che il paese che si fregiava di aver portato a Jenin la libertà di parola sotto forma di genere comico, è lo stesso che, dopo aver messo al bando Palestine Action come organizzazione terroristica nel luglio 2025, ha arrestato più di tremila persone perché tenevano in mano un cartello con scritto «I oppose genocide. I support Palestine Action». La libertà che la stand-up promette, a quanto pare, vale ipocritamente solo per chi sale su un palco a raccontare la Palestina, molto meno per chi, fuori, ne prende le parti.
E allora a questo punto le domande sono per noi che guardiamo, ma anche per noi che prendiamo parte. Un gruppo di studiosx di Gaza ha scritto sul Journal of Palestine Studies che raccontare i palestinesi come resilienti finisce per rassicurare chi osserva da fuori e per sollevarlo dalla responsabilità di agire per fermare il genocidio. La commedia è il veicolo ideale di questa rassicurazione, e chi ride insieme a qualcunx si sente dalla sua parte senza dover fare altro. Ce lo mostra molto bene, e in negativo, la rivista conservatrice brasiliana Oeste, che ha presentato il film come la storia di comici contro Hamas, e così ha accettato la loro risata solo dopo aver fatto, a quella stessa risata, la solita, odiosa, stupida, domanda di dissociazione.
A Meet the Docs! il film passerà domenica mattina, il 18, dopo un concerto con colazione e prima di un pranzo per Gaza. Nei territori occupati, secondo Al-Araby Al-Jadeed, in due anni si sono tenuti appena quattro spettacoli di stand-up, mentre il club lavora sempre più spesso per pubblici occidentali.
Quindi, se la licenza di cui parla il film, il permesso che una sala concede a chi sta sul palco, adesso è nelle nostre mani, è necessario che ci chiediamo che cosa ne vogliamo fare, una volta usciti, perché non può bastare ridere e tornare a casa convintx di aver fatto qualcosa.
Ricordandoci che il 4 e il 5 novembre, poco più di due settimane dopo la proiezione, la Corte suprema britannica discuterà se chi tiene in mano un cartello sia un terrorista.

